Ti fidi? No. Ti fidi? No. Ti fidi? No. Ti fidi? No. Ti fidi? No.
E perchè dovrei? E’ un mantra da ripetersi per imparare, eppure non ci si riesce mai.
C’era un tempo in cui favolette di vario genere ti raccontavano che le persone che ti vogliono bene sono quelle di cui fidarti. Insomma, è come Babbo Natale, la Befana o la manina di gomma dentro le patatine: cose naif con cui alimentare la fantasia.
Poi passa qualche anno, per alcuni di più per altri di meno, e ti rendi conto che la manina di gomma è una schifezza e se poi si appiccica al soffitto ci mette secoli a staccarsi e che Babbo Natale e la Befana sono due vecchi stronzi, probabilmente lui spaccia droga o fa il pappone con tutto quel giro di gnomi e gnome, mentre la Befana fa la squillo a domicilio.
Contestualmente ti accorgi che non c’è nessuno di cui fidarsi. NESSUNO.
Da quel punto in poi va meglio: insomma, forse sei un po’ più triste e disillusa, ma sai come regolarti, cosa aspettarti (ovvero nulla) e ti arrabatti per risolverti le tue questioni da sola.
Intanto la vita si complica e barattare il panino con burro e zucchero con la crostatina del mulino bianco al cioccolato, comincia a diventare un’impresa sempre più titanica, con variabili e modalità che si moltiplicano all’infinito.
Poi qualcuno piomba dalle tue parti e ti dice: “guardami, sono qui per te, sono buono, bello e affidabile. Riversa il tuo affetto su di me e in cambio avrai il mio”. La cosa ti fa temere molto, ma i canti di sirena dell’amore sono irresistibili. E cedi.
Dopo le prime tre o quattro cantonate impari che non è così che si fa e trovi una formula nuova di distacco-amatorio-funzionale, che permette di fare anche tanto la bella coppietta affiata, ma senza perdere l’aplomb del single a vita.

Ma l’amore quello “vero” è là in agguato e ti frega.

Ci caschi di nuovo, e tutti quegli anni di esercizio di scambio te li dimentichi, perchè la natura femminile è debole e vuole fondamentalmente poter abbandonarsi a qualcuno e contemporaneamente prendersene cura. Ti fidi. E quando viene il momento di aver bisogno e si è un po’ in difficoltà, come al solito, chi ti immagini ci sia, non c’è.
Come i My Bloody Valentine che ti sono piaciuti tanto, ma ti hanno distrutto un orecchio.
Ed è tutto qui. Non c’è null’altro.

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l’argomento del giorno è stato IL TRADIMENTO.
roba difficile e scottante. a tratti fastidiosa. decisamente incline alla paranoia. uno dei presupposti è che per tradire ci vuole “il pelo sullo stomaco”: che non significa un prestante fisico, piuttosto una sicurezza notevole. perchè il tradimento è raziocinio, e su questo non ci piove.
ma il dunque è giunto quando si è affrontata la questione: tradimento elettronico. e allora via con aneddoti vari su sms e account mail rintracciati e passati al setaccio.
si è impossessata di te una notevole ansia: non per la possibilità di essere “beccata” – c’è poco da beccare  qua – ma per la possibilità di “beccare”. il disvelamento che la fiducia tanto a occhi chiusi riposta, in realtà sia solo una gran puttanata per provare a tenere l’animo tranquillo e a gestire il gestibile.
le ragazze – a quanto pare – sono quelle che spulciano messaggini e e-mail, pratica decisamente meno consona per i maschietti, che si dicono tutti d’un pezzo e assolutamente infastiditi dalla cosa. “se lo facesse la troverei un’enorme mancanza di rispetto e di fiducia”. ok. tutti d’accordo. ma ti piace fare l’avvocato del diavolo, perciò: “e se però trovano qualcosa? chi è allora che ha mancato di fiducia e di rispetto?”. cala il silenzio. già, perchè a quel punto che si fa? chi si incazza per primo? e chi ha l’onore-onore di poter essere incazzato? il tradito? o il traditore che ha subito la violazione della privacy?
le risposte non giungono, ma sui volti si dipingono solo espressioni del tipo “oddio speriamo non mi capiti mai”. intanto la soluzione sembra palese a tutti: rispetto della privacy e così nessuno sa niente e magari si tira innanzi felicemente senza troppi interrogativi. insomma, occhio non vede, cuore non duole. niente cookies o cronologie da cancellare. niente sms o mms da cestinare, dall’altra parte.
e poi si decide di addentrarsi ancora di più nel torbido: ma nell’era della famigerata comunicazione digitale, quale è il confine del tradimento?
il coro giudicante di questa tragedia in bit e caratteri è composto da donne e da uomini e gli approcci sono diversi.
i ragazzi pare tendano un po’ ad avere questo simpatico harem di fanciulle pronte a sdolcinatezze solo a parole. una cosa “accettabile”: insomma, mica succede niente. bhè ottima cosa allora. quindi se il tuo partner ti becca tutti quegli sms e quelle mail a qualsiasi ora del giorno e della notte, in cui ti sveli a racconti i tuoi più reconditi pensieri e magari fai anche un po’ il piacione/a – che un po’ di galanteria e romanticheria non fa mai male, in fondo si parla pur sempre con un essere del sesso opposto (o anche dello stesso sesso, dipende dalle tendenze sessuali, appunto) – ti da una pacca sulla spalla e ti dice felice “ben fatto! hai allietato anche lui/lei”. dai che così hai sublimato la tua voglia di flirt e rimorchio, senza fare troppi danni! altro momento di silenzio e riflessione per tutti.
insomma non se ne viene a capo per niente.
ma allora meglio una sana scopata disinteressata o scambi di pezzi di sentimento e intelletto a profusione?
se c’è solo una delle due cose non lo consideriamo tradimento? è tradimento solo quando carne e animo si fondono?
non sai risponderti neppure tu. nel frattempo temi all’idea di andare a spulciare qualche account di posta altrui e di vedere svanire i tuoi sogni di glorioso amore.
forse per tutelarti propendi per la versione conservativa e ti auguri che se ti debbano tradire, si tratti di un’ottima e molto soddisfacente scopata, almeno quella per rintracciarla forse faresti più fatica.

\”Is a woman\”, Lambchop

e non c’è più spazio vuoto tra passato e presente.

nell’ultimo periodo se dovessi pensarti come un cibo, ti penseresti come un involtino in stile siciliano, di quelli mini che faceva tua nonna e che poi infilava su un lungo spiedino. pangrattato dentro: briciole tritate finissime di te. intorno, come una fettina di vitella, uno stritolante lavoro. il tutto tenuto insieme da uno spago sottile: tutti quegli inutili esseri che pensavi fossero un collante di te e in realtà sono solo un abbraccio che ti spreme per ottenere un gustoso sughetto.
già, il gustoso sughetto. indigesto.
ad ogni modo in qualche modo sopravvivi. non è che sia proprio di gran gusto vivere così, o meglio non c’è proprio un gran gusto a sopravvivere anzichè vivere. è uno dei tuoi punti programmatici quello del vivere e non sopravvivere. a volte però il tutto è contingente e puoi farci ben poco.
quel che puoi fare è uscire ad un orario non proprio consono dalla miniera, cercare di spostarti più in fretta che puoi col motorino per ridurre il freddo al minimo – ovvero minimo tempo anche se maggiore intensità per la velocità – e cercare riparo fisico, ma soprattutto morale, in qualche voce amica e qualche gesto gentile. e a volte li trovi. li trovi dove li stavi cercando e li trovi inaspettati, dove proprio non avresti mai potuto immaginare. non che sia proprio amicizia, ma ormai hai quasi un buffo modo di stupirti di qualsiasi cosa che sembri gentilezza.
così, insomma, ingurgiti gelatine alla ciliegia e aspiri compulsivamente sigarette mentre parli a raffica con l’amicamicrocelebrity, che lei sì sa dirti se alla fine avevi ragione o no, per poi riuscire a farti fare quello che ti viene meglio: il trendsetter delle cazzate. e finire a ridere. risate vere.
poi tornando pensi che alla fine non mangi da ore e che proprio cucinare è una cosa che quasi non riesci a concepire, quindi passi dal solito giappoaportarvia. la ragazzina del giappo ti guarda e ti offre un bicchier d’acqua. forse effettivamente non sei esattamente un bello spettacolo dopo tre settimane di fila a lavorare e l’ultima con la febbre e dopo queste undici ore che proprio non sono state assolutamente decenti. ti chiede da dove arrivi. mormori ufficio, poi amici. ti incalza con le domande: che lavoro fai? ma quanto lavori? passi sempre così tardi… e l’ultima non era una domanda. ti cominci a chiedere che effetto fai alle persone. tu col tuo vestitino nero, la camiciola bianca, le calze nere lavorate che sembrano quasi a rete ma più belle, gli stivali bassi anni ottanta, il trench, la kefiah grigia, il frangettone, la faccia bianca, gli occhi rossi e cerchiati… e parole che ormai ti escono come un mormorio impastato alle undici e mezza di sera, perchè le hai finite.
dai risposte evasive, aspetti i tuoi maki. ti rendi conto che invece la ragazzina vuol solo essere GENTILE. gentile e basta. e neanche che lo sta facendo perchè è ora di servizio. ti rendi conto che la gentilezza ti rende diffidente. fondamentalmente ti rendi conto che non ottieni gentilezza dalle persone da cui te l’aspetteresti, perciò non riesci neppure a concepire lontanamente che un’emerita sconosciuta abbia voglia di chiedersi perchè la tipa del take-away-sempre-molto-tardi ha quest’aria stanca, e anche di ascoltare le sue risposte.
ad ogni modo, rimani diffidente, poi… i maki sono pronti e… ce ne sono sei in più, di un altro gusto. così. per regalarteli. “bhè se sei stata al lavoro tutte queste ore avrai una gran fame!”, e lei e il cuoco sorridono. sorridi anche tu. ti sei ricordata che ti eri ripromessa di sorridere ad anoressiadabere e che se avessi smesso, avrebbe vinto lei. e sorridi perchè nei sei convinta e ti vien bene, non di rimando.
risali in motorino e vai a casa, tempo netto due minuti e mezzo.
hai il tempo di pensare a illui, che ti ha chiamata ieri, che eri tornata a lavorare a casa alle otto perchè avevi la febbre e lo sapeva e la prima cosa che ti ha detto è stata: “ma non mi hai detto nulla del layout del nuovo sito! come ti sembra? insomma…”. gentilezza.
mangi i maki soddisfatta. ti connetti e non sai se vuoi parlare veramente con chi trovi online. però non ti viene per niente da sorridergli. ci sono volte in cui i sì sono sì, i ni sono sempre no e i no pesano sempre.
una delle domande della ragazzina era “ceni sola?”. e ti sei quasi sentita in dovere di mentire. perchè mai poi? e hai sorriso.

diventare una lastra di ghiaccio in un mondo in cui non esistono ramponi o chiodi da ghiaccio, così che nessuno possa aver la ben che minima presa o sostare più di un centesimo di secondo. diventare di ghiaccio anche dentro. oltre che fuori.

E sei finita di nuovo a consumare un quarto di serbatoio del motorino, di nuovo con l’iPod nella tasca e la musica sparata nelle orecchie e quel parruccone cotonato di Robert Smith che continua piú o meno a suggerire mieloso: ‘che me ne frega a me, andiamocene a letto’.
E invece a te, che sei un essere imperfetto e pieno di assurde percezioni e incontenibili presunzioni, purtroppo frega, e frega molto e sempre. La nuova consapevolezza degli ultimi giorni riguarda la capacità umana di operare scelte rinunciatarie. Ecco, tu in questo sei dis-umana. Dal tizio qualsiasi di cui si trovano tracce scritte qua e là in questo ameno virtual-luogo, hai imparato la teoria della ‘Starbene Inc’, e l’hai fatta tua. Ora, il problema è che come sempre hai un modo aberrante magari di far tue le cose, perciò la teoria della ‘Starbene Inc.’ nel tuo tentativo di perseguirne l’obiettivo, ha spesse volte l’effetto collaterale di farti star male. La ‘Starbene Inc’ ha una sola mission, vision e value proposition: star bene. Nel corso degli anni hai realizzato che la tua funzione riassuntiva della teoria della ‘Starbene Inc.’ potrebbe più o meno essere: (personechefannostarbene X tempiprolungati) – paranoie assortire/semplificazione = benessere. Insomma c’è poco da discutere, a te son le persone che fanno star bene (addirittura più delle scarpe). Ora, la questione reale si pone quando la variabile ‘personechefannostarbene’, diventa entropica. Questo riduce a un valore negativo il risultante benessere, e tu consumi litri di benzina correndo in motorino in giro per anoressiadabere. Lo fai perchè così riesci a pensarci solo per tre quarti, mentre la parte istintiva del cervello coordina occhi, mani e gambe nel tentativo di evitare di schiantarsi contro le macchine, e la musica ti invade tutta la scatola cranica. Dal momento che lo starbene deriva dalle persone, il corollario numero uno della teoria è: ‘bene si sta in due (o più)’. Quando dunque si verifica l’accadimento-obiettivo dello starbene, questo viene generato dall’interazione degli individui, almeno due, ed ambedue devono essere nella stessa condizione (chiaramente qui si parla di uno star bene di quelli ottimi, pieni, prolungati, privi di tensione se non al positivo, determina(n)ti e ricercatissimi). A questi momenti tu, come forse il 90% delle persone, sviluppi un’assuefazione immediata e crescente. La questione è che, diversamente dagli altri, tu sei ingorda e priva di pazienza, praticamente bulimica. La bulimia non è una buona cosa, e infatti alla fine non stai bene.
Vorresti veramente imparare a cibarti sanamente delle persone, il che presupporrebbe magari di essere anche in grado di gestire le cose con un minimo di razionalità e soprattutto con tempistiche normali. Ma insomma, la tua dimensione al momento è su uno scooter all’alba, mentre corri… corri.. corri… e non sai dove stai andando ma soprattutto da cosa stai scappando. Non credi proprio di essere capace di non correre.

Ma in fondo sei tu, non vedi cosa altro si potrebbe pretendere da te.

E’ ora di andarsene a dormire.

vancaze chiuse anche se è piena estate e te ne sei tornata ad anoressiadabere. hai chiuso anche altro, supponi o credi, durante le vacanze. le vacanze in realtà non sono decisamente state aperte, nel senso che a parte una quasi settimana guidando per le strade della sicilia orientale con la fida amicachenonrispondemaialtelefono al fianco, non è che hai aperto un vero capitolo vacanze. poco male. o poco bene. il rientro nella cittàsedutasulsuonobileculone, ha avuto come sempre effetti deflagranti sul tuo star bene, che consistono nell’annichilimento totale e assoluto e nella disaggregazione progressiva di pezzetti di te. quelli sparsi là allora prendono il sopravvento e ti costringono a fronteggiare l’inevitabile impossibilità di avere quello che era un tempo la tua gioia e che, ti illudi, potrebbe esserlo ancora. ti illudi appunto, perchè così non è, come dimostrano i fatti. piuttosto ti ritrovi a dover fronteggiare sottili recriminazioni, decise obiezioni, imputazioni di errori, sussulti dell’orgoglio e stillicidi sentimentali post-mortem. oltre alla consapevolezza dell’impossibilità di riporre la fiducia in un qualsiasi essere umano.

torni dunque, un po’ amareggiata, con molte ore di sonno sulle spalle e ancora il ricordo dell’acqua salata, alla tua postazione di combattimento e alla tua vita poco consona in cui virtuale e reale cominciano a compenetrarsi con una quasi totale continuità.
in questi spazi ti ritrovi a parlare con l’adorabile amicamicrocelebrity e a fare considerazioni. ciniche e nichiliste considerazioni sull’abbandono progressivo della tua umanità e la ferma decisione di abbracciare una tendenza alla soddisfazione immediata priva assolutamente di lungimiranza alcuna, anche a brevissimo termine. insomma, quale altra strada se non l’egoismo?
perciò ti godi esclusivamente con lo strato superiore del cervello, un po’ quel che ti capita senza neppure accennare a un minimo di autoriflessione e/o approfondimento. scellerata. ma i risultati ti sembrano apprezzabili e son buoni momenti a cui non intendi rinunciare – magari con le dita incrociate.

improvvisamente, al racconto di un altro giovane impenitete mietitore di essere umani che si è redento sulla strada della rettitudine emozionale, ti rendi conto che è una questione di “maturità”. non nel senso di crescita consapevole costruttiva, bensì di “essere maturi al punto giusto”, come un caco.
ecco. dei cachi. questo siamo e sono un po’ tutti. la “teoria del caco” si dipana come un mantra dentro la tua testa: è la poltiglia interiore che raggiunge il giusto grado di zuccherosità e molle consistenza, la buccia che si assottiglia, il colore che diviene più corposo, il profumo più intenso, e l’essere umano è pronto.
è l’abbandono, non la scelta. prescinde dagli altri e dal loro valore, prescinde dalle possibilità, prescinde dall’estetica, prescinde dall’etica, prescinde e basta. è una scelta unidirezionale, un nuovo posizionamento dell’ego.
maturi come un caco si vuole una comoda ciotola in cui adagiarsi e un cucchiaino che scavi dentro, per farsi mangiare. non importa quale. una disposizione d’animo che non ha nulla a che vedere con il suicidio sentimentale, l’estroflessione del sè o la forza dei sentimenti. piuttosto un calmo desiderio di accomodarsi.

un caco. non hai ancora deciso se essere un caco o un cucchiaino. probabilmente non sei in grado.
in realtà i cachi non ti sono mai piaciuti.

La prima volta che li vidi, e ne sentii parlare, fu l’anno scorso. Ne parlavano come della nuova rivoluzione scienza/tecnica del fashion estivo, una specie di ciclone che avrebbe fatto fuori tutto il prima –e allontanato di un decennio il dopo. Compravo un paio di bermuda in un negozio, li vidi nei piedi ad una tizia e non pensai più di tanto alle sinistre affermazioni di lei e del venditore che osservava ammirato. La mia prima esperienza con la moda comoda è stata dalle parti dei Ranger (me la sto rivendendo). Ricordi i tempi del grunge? Io ho trent’anni, li ricordo per forza. Vestivamo TUTTI UGUALI, a parte gli emarginati e le puttanelle che si cagavano troppo Ambra A. Era una cosa scientifica. Della camicia a quadrettoni dicevano tutti di averla compra sei anni prima (palesemente falso), dei jeans strappati dicevano che s’erano strappati per conto loro. Degli anfibi Ranger con punta di ferro rigida, che manco t’avessero dato sei giorni di rigore in tempi di pace al liceo scientifico, “sai non è neanche per moda, è che sono comodissimi”. La veridicità non è contemplata in questo genere di discorsi, conta quasi solo il tono della voce. Non che qualcuno potesse pretendere di legare il concetto di comodità ai Ranger, ma hai capito che intendo. Di seguito il mondo s’è fatto bestiale e solipsista, io mi sono fatto un’opinione sulle cose e ho deciso di abbandonare il trendismo totale del cappotto da esser bomber a chiodo a montgomery a eskimo a giaccone tecnico da sci a parka –magari non in questo ordine esatto- per buttarmi su una sorta di (opinabile, anzi proprio aperto oggetto di derisione da parte di alcuni coetanei meno illuminati) stile personale. Qualcosa che sapesse di hip hop ma non ne abbracciasse il pesantissimo fardello dello street style oversize di tendenza che passava per quelle marche (le conoscete) e per l’unico paio di negozi che a Cesena le trattavano, roba da pulire il conto in banca dei miei genitori in cambio di un alto profilo nelle serate al Vidia. Non è il punto, ma per dire dell’atteggiamento. Essere sempre un po’ trasversale nelle tendenze, non abbracciarle per scelta non significa rifiutarle a priori in fin dei conti. Di tanto in tanto andava bene mollare, che so, le adidas alte da pallacanestro fabbricate l’anno in cui eri nato per farti un paio di orribili airwalk scamosciate. Ma anche no. Non tutto fa brodo ma tutto ciò che fa brodo entra nel brodo. Quando è iniziata la rincorsa alla ciabatta estiva di tendenza? Secondo me dalle parti del ’95. Prima le ciabatte erano una specie di male necessario, funzionavano come una specie di compartimento stagno dell’esistenza per persone che avevano desideri specifici e dovevano esaudirli nel minor tempo possibile. Parlo dei maschi, ovviamente: la ciabatta da piscina era appannaggio del peggior vecchiaccio che se ne stava a ber bianchetti alle due del pomeriggio al bar dello Sport, l’infradito in genere aveva scritto qualcosa di inquietante tipo Gattapelata Sporting Club e veniva schifato pure dai vecchiacci di cui sopra. Poi pian piano le cose tornano alla luce. La prima allucinazione collettiva? Quei cazzo di sandalini mezzo tecnici e mezzo vaffanculo che Reef –o chi per essa- aveva deciso di rendere supertrendy in un’estate dei miei più o meno vent’anni. Tre lacci di cotone a sessantamila lire, e si rompevano pure. Nere, e a me nei piedi stavano di merda (ci soffrivo, ma ho i piedi piccoli e questo è). Poi l’infradito è iniziato a diventare la cosa più cool in circolazione. Ho sempre avuto un debole per l’infradito, anche quando l’uomo del monte lo schifava. E infradito secondo me è un sostantivo maschile. Nondimeno: il prossimo passo era fin troppo prevedibile: ciabattine di moda tagliate su misura sul senso lumpenproletariat del fighetto-tipo che infesta le strade della riviera romagnola e da lì si espande alla conquista del mondo. Ciabattoni scavati alla peggio. Insomma, tutto l’armamentario. Io personalmente ho deciso di fermarmi all’infradito almeno finchè i ciabattoni grezzi da piscina non si decideranno a tornar di moda (possibilmente all-white). Nel frattempo voi potete continuare a cazzeggiare con i vostri birkenstock in attesa di un domani migliore L’unico mio sgarro alla regola era stato il possesso (non a fini di spaccio) di un paio di quelli che tutti conoscono come fly flot (un transfert che identifica un modello con il marchio, simile alla maniera in cui kleenex diventa sinonimo di fazzoletto o coca cola è un particolare gusto più che una multinazionale) o più affettuosamente come le ciabatte dell’infermiera. Che sono la cosa più comoda al mondo a parte farsi fare un pompino, fermo restando che creano grossi problemi se le usi per correre una staffetta 4×400 o peggio ancora per guidare (e sì, secondo me è abbastanza giusto che il poliziotto di turno ti tiri il cazziatone se guidi con le ciabatte. Mai provato a guidare scalzi o coi calzini? È bellissimo). Le ciabatte dell’infermiera, comunque, non sono mai state e non saranno mai trendy. Ecco spiegati gli sguardi sbigottiti di chi mi vedeva arrivare in spiaggia con quei cosi bianchi senza alcuna vergogna né speranza di redenzione. C’è una ditta, tuttavia, che ha investito in maniera un po’ simile a quella di Orlando Bloom in Elizabethtown nella ricerca del perfetto concetto di ciabatta applicato ai nostri tempi. Nel film in questione la cosa s’era risolta in un flop (non è uno spoiler, sia chiaro), mentre l’azienda in questione viaggia oggi a gonfie vele tra mercati azionari pieni di squali et similia. Il punto è creare un modello iper-pauperista che abbia in sé le caratteristiche goliardiche di una scarpa da skate di seconda generazione mischiata con le esigenze clownesche dell’estate italiana, già sancita dal successo incontrastato e/o inconfutabile delle hawaianas multicolore, incentrata sull’accoppiamento perfetto tra estrema leggerezza della ciabatta (anche più di una hawaianas, che come peso specifico comunque non scherza un cazzo) e imitazione della versatile comodità di una ciabatta dell’infermiera, senza dimenticare il gusto vintage di uno zoccolo tradizionale olandese. Il mio gusto estetico personale naturalmente finisce per vedere tutto in tutto, un po’ come un feticcio comunicativo di base che renda assolutamente irrilevante ogni altro mio capo d’abbigliamento. La cosa secondo me funziona benissimo. Mi immagino vestito di tutto punto con un completo di Armani e quegli zatteroni ai piedi. Di moda andavano l’anno scorso, il prossimo anno qualche altra ditta si prenderà maggiori meriti. Naturalmente, quando ho scoperto che il marchio originale (che è diventato il nome stesso della ciabatta) vende i modelli ad una quarantina di euro al pezzo, ho deciso di orientarmi su un paio di imitazioni color verde pisello. Li porto ovunque, e per ovunque intendo sia nel tragitto che va dalla cameretta alla tazza del cesso sia alle cene di famiglia sia a qualche serata trendy. Stanno benissimo con pantalone corto e con pantalone lungo. Colorano la vita. Sono un po’ nu-rave, come concetto. Ma chi se ne fotte. Naturalmente, se preferite, chiamatele con il loro nome.

arriva il giorno del tuo compleanno. ovvio. ci avevi fatto sopra alcuni pensieri sull’inesorabile scorrere del tempo e il flagello della vecchiaia che si abbatte sul tuo inerme essere. – per la cronaca tu la vecchiaia non la sai concepire, è proprio che non è che non vedi i vecchi o li odi o altro, è che tu non sarai mai vecchia, non ci arrivi, è il tuo limite, non lo sai pensare. hai 32 anni. 32. e non li hai – e comunque, puntuale e immutabile come “nu presepe”, per citare l’amicotesoro che però lo usa per altro con una metafora tanto calzante quanto la sensazione del sesso inutile, noioso e malfatto, il compleanno è arrivato.
è arrivato in un contesto strano: dopo tre giorni di febbre a quaranta e tonsille putrefatte, un aspetto orribile, qualche chilo in meno grazie alla malattia, un paio di giorni di star bene senza domande e a zero programmaticità, dopo aver finito di leggere naif.super come promesso e dopo aver risentito del peso della solitudine del mondo perchè semplicemente non sei in grado fisicamente di vivere se non come un dolorante produttore di malsano sudore su un letto sfatto. hai un ottimo rapporto col dolore, entro certi limiti lo si controlla, è una questione mentale, questo è il tuo motto, ed effettivamente hai gran margini di controllo rispetto al dolore. fisico si intende, quello morale è questione vivacemente privata e mutevole. riesci ad avere ampi margini anche là, comunque, solo che stai cominciando a pensare che è ora di smettere di averli. semplicemente, smettere. ma questa è, come al solito, un’altra storia e un’altra divagazione.
i tre giorni di febbre a 40 hanno reso le tue sinapsi ancora più mobili, oltre ad averne seccata qualcuna probabilmente.
il compleanno dunque. ma soprattutto un compleanno con nessun aspettativa ( a parte che volevi andare a vedere la prima di batman perchè a) sei nerd dentro b) christian bale ti fa sesso da morire e c) è cattivo). ci son cose che si ripetono e lo sai, rituali classici di auguri. e alle volte sono ottime occasioni per parlare e riparlare e finalmente, senza dolore, perchè per quello, appunto, non c’è più margine.
e così ti ritrovi a spiegare e a leggere e a riflettere e a ribadire che internt è internet e non è la vita, o meglio è un pezzo della ed in alcuni casi una copia di, ma è un anche non un solo. ed è un punto di vista che si offre, non necessariamente un punto di vista esauriente del reale.
e così ti trovi a ribadire che l’unica cosa è chiamare le cose col proprio nome e dare significati non variabili ai lemmi, perchè nostri ha un significato e a volte nostri non è più possibile, perchè allora i problemi non sono più solo nostri ma anche di qualcun altro e forse bisognerebbe considerare anche questo. o considerare il fatto di dover considerare di pensare ancora in termini di nostri, che è un’altra accezione della questione che non ha però fondamento risolutivo.
e così ti trovi a sorridere a una scatola di ghiaccioli arrivata inaspettata, a dare indicazioni stradali seguendo una mappa via internet, a renderti conto che non hai un vaso per il fantastico mazzo di fiori che finisce nella bottiglia finita di coca-cola 0 (da cui ormai ammetti la dipendenza) e infine anche a chiederti come fanno gli esseri umani a passare da tutto a niente nell’arco di poche ore, tu che non riesci ad avere una disattenzione neppure progressiva praticamente per nessuna cosa o persona. decidi di aspettare con grazia l’arrivo dell’amicamicrocelebrity e dei regali, ha detto regali con la “i” che significa plurale e forse saprai perchè hai dovuto finire naif.super, oltre al fatto di portarti a considerare il tempo come una variabile relativa la cui funzione è l’uomo.

ti interroghi su rocambolesche vicende e su assetti di vita, su mancanze ormai fondanti e tentativi di inclusione abbandonati. pensi a chi è come te e a chi è come te ma differente e sei felice delle differenze. sei sempre più felice delle differenze, quasi quanto un tempo eri felice delle coincidenze, che ti facevano sentire accettata e al tuo posto, mentre oggi giosci della possibilità di differenze sulla base di coincidenze, il che da decisamente un godimento assoluto maggiore.
parli con l’amicoscrittorepostrocker e parlargli ti fa sentire bene. credi che non avrai bisogno di comprarti una palla o di andare a giocare a frisbee per sentirti zen, che a volte ti basta pigiare su dei tasti e andare via fluida.
ancora una volta i pezzi del puzzle son tanti, diversi, e soprattutto non combaciano e certi decisamente mancano. e allora che fai? decidi e decidi che terrai tutto insieme e come collante non ti incazzerai, non lotterai, non cercherai di cambiare le cose, non le forzerai, non chiederai, non pretenderai, non ti immolerai, non darai, non prenderai, come collante, sorriderai. sorriderai duro. sorriderai forte.
squilla il cellulare, è l’amicachenonrispondemaialtelefono, mancava solo lei. “ah! la tonsillite! quindi stai a casa stasera! bene ti richiamo così decidiamo della mia vita da qui a due anni, intanto vado a comprarmi un vestito fantastico”. “sì. chiamami. decidiamo”. sorridi. sorridi duro. sorridi forte. sorridi veramente. 🙂

Once I wanted to be the greatest
No wind or waterfall could stall me
And then came the rush of the flood
Stars of night turned deep to dust

Melt me down
Into big black armour
Leave no trace of grace
Just in your honor
Lower me down
To culprit south
Make ‘em wash
The space in town
For the lead and the dregs
Of my bed i’ve been sleepin’
Lower me down
Pin me in
Secure the grounds
For the later parade

Once I wanted to be the greatest
Two fists of solid rock
With brains that could explain
Any feeling
Lower me down
Pin me in
Secure the grounds
For the lead and the dregs of my bed
I was sleepin’
For the later parade

Once I wanted to be the greatest
No wind or waterfall could stall me
And then came the rush of the flood
Stars of night turned deep to dust