la nuova parola d’ordine del complotto ordito alle tue spalle è “supervisionare”, e qualsiasi declinazione del verbo alla seconda e terza persona singolare: ovvero espressioni tipo “tu supervisioni” o “lei supervisiona”. eccola, la senti, la sola che si avvicina e si materializza proprio quando prendi a “supervisionare”. oggi la donna-che-supervisiona è crollata a letto, stordita dal caldo ma più che altro uccisa dal cedimento del suo stomaco (forse dovuto anche quello al caldo), al che si è resa conto che forse ’sta storia del “supervisionare”, vista la quantità di stress e stanchezza che riesce a generare, non è proprio così tanto conveniente.

Suvvia, sì, questa cosa del supervisionare ha portato a un incremento percentuale dello stipendio che consente di glorificarsi con altre scarpe, essendo le caviglie la sola e unica parte del corpo adorabilmente da te adorata, ma… ma…

Il nocciolo della questione è che oggi, grazie al crollo, non hai potuto essere presente all’incontro con il nuovo possibile-temibile cliente potenziale. La tua assenza, devi ammettere, quasi a un certo punto ti ha fatto bene sperare “che esista effettivamente un buondio che oggi mi costringe a letto e mi eviterà di dover inserire altre ore al mio timesheet - o meglio time-shit?”. Invece, malgrado lo stomaco accartocciato, hai avuto la forza di leggere le mail sul blackberry e hai trovato un fantastico: “meeting riuscito, … il lavoro sul cliente verrà così ripartito: 70% a carmelo (poverino tu a carmelo gli vuoi così bene ed è anche carino), 10% claudia per la supervisione corporate ( e che sarebbe?), 10% io per supervisionare quality e budget (ah bhè l’utilità), il resto a XXXX che SUPERVISIONERA’ IL TUTTO (ecco ce l’hai nel culo)”.

Insomma il senso è che ti pare che più che altro questo supervisionare è un supervisionare del tuo culo, e non nel senso positivo del termine, tipo qualcuno che ci mette le sue maschili manone sopra nella foga di un qualche amplesso dove stai tu sopra visto che al momento si suda troppo per stare sotto. Si intende in questo caso con “supervisione del culo”, una metaforica espressione indicante esattamente la noiosa storia sopra riportata, riassumibile in “ti sei beccata l’ennesimo palo in culo, che tu SUPERVISIONI, perciò è proprio tutto nel tuo di culo”.

Ora, ti vien da chiederti oltretutto – alle quasi tre di notte mentre il caldo non ti sembra neppure più eccessivo e anche stanotte senti questi tuoni incredibili provenire da fuori e attendi la pioggia come nelle ultime tre notti – cosa altro tu stia supervisionando nella tua vita. Cioè supervisionare ti da questa parvenza di controllo super partes, con distacco ed eleganza, che quasi uno ci potrebbe credere che diventi funzionale alla cosa. Ora, la cosa che ti salta bene agli occhi è che non stai supervisionando un cazzo di niente, non stai supervisionando un cazzo di niente neppure al lavoro: stai FACENDO, altro che supervisionando. E non stai neppure facendo supervisionando, che implicherebbe un senso o una ricerca di senso o di finalità, in quel che fai. No no, stai proprio facendo a braccio, come si suol dire, con quell’immane capacità che hai di generare entropia che poi, si spera, troverà un ordine naturale e poterà al compimento delle cose. Questa dinamica, in qualche maniera, funziona lavorativamente parlando, ma nell’esistenza?
E soprattutto: rispetto alle persone? Insomma, qua si sottointendono i sentimenti.
Nell’ultimo mese hai – non necessariamente in queso ordine:

  • rischiato di perdere una delle tue più care amiche (ed è stato dolorosissimo)
  • litigato almeno un paio di volte con la tua ballotta virtuale ( e ti diverte ma ti spiace)
  • chiuso una storia sentendoti dire che sei anaffettiva e egoriferita (tu? ma l’ultima volta invece non era perchè eri troppo coinvolgente e incontenibile e importante e con troppi sentimenti? bho)
  • aperto una storia del tutto inaspettata ma molto molto apprezzabile, già con il presupposto de laragazzagiustaalmomentosbagliato (che è troppo lungo ma effettivamente staresti anche pensando di usarlo al posto de lasuicidasentimentale, visto quante volte ormai te lo sei sentito dire)
  • chiuso con illui – tre volte, ma quest’ultima ti ci sei impegnata seriamente e sei ir-re-mo-vi-bi-le

(bhè sei anche andata a barcellona al primaverasound, hai visto amici che non vedevi da anni, hai visto i readiohead sotto la pioggia e comprato un fottio di scarpe e ascoltato della musica in compagnia, la giusta musica e la giusta compagnia … etc etc… )

ora, c’è qualcuno che cortesemente verrebbe a supervisionare la tua vita? (per non dire il tuo culo, perchè altrimenti viene frainteso). dal momento che supervisionare non sembra rientrare nelle tue doti strategiche.

l’amicotesoro dice che a milano nord sta piovendo, finalmente, qui a milano sud si aspetta. ma nessuno di noi dorme mai?

non ti riesce gran che bene.

Il mutuo per la casa e le rate dell’auto rendono sempre più infrequente la sana abitudine di fermarmi al bar prima del lavoro e bere un cappuccino non-liofilizzato. La ditta non offre altro, purtroppo: una volta c’era una macchina del caffè con le cialdine Illy, la cosa più piacevole del mio mestiere d’impiegato, poi ha deciso per un upgrade più economico e versatile ma meno gustoso. Io, come contropartita, sono riuscito a disintossicarmi dal caffè e nel giro di un annetto ho smesso anche di addormentarmi nei luoghi pubblici e beccare i conseguenti sfottò di amici e passanti. Mi rimane il piacere di una colazione settimanale al bar o due, quando la fidanzata rimane a dormire a casa mia.
Stamattina la colazione era al bar, insomma. Il bar che preferiamo è schierato a destra in maniera piuttosto imbarazzante (l’imbarazzo io lo vivo soprattutto a colazione): in genere la manifestazione destrorsa-tipo del barista maschio sessantenne è quello di mettere davanti alla mia fidanzata un cappuccino molto più schiumoso ed invitante del mio. Succede regolarmente, non che io biasimi la voglia di fica dei maschi sessantenni, ma nondimeno.
Naturalmente non ho nessuna voglia di rimettermi a discutere su quanto sia ridicola e patetica la campagna bipartisan contro gli extracomunitari in generale e contro cittadini europei in particolare, e quanto sia ridicolo e patetico il modo in cui l’informazione alimenta il sentore di criminalità dilagante (tutto un casino nato per via di un tizio che ha stuprato e ucciso una tizia, cosa mai avvenuta in Italia tra italiani). Sta di fatto che stamattina, mentre una barista donna serve i cappuccini (e il mio per una volta è denso e cremoso quanto quello della mia fidanzata), entra un omaccione (una colonna portante del bar, per capirci) e con fare arrogante ordina un caffè. Mentre sorseggia commenta una notizia di cronaca: pare che un rumeno ed un albanese si siano messi a litigare per questioni legate al calcio. La discussione è degenerata ed è finita a coltellate, e io non ho alcuna intenzione di verificare se la notizia è vera e falsa. L’omaccione manifesta dissenso per la violenza che gli immigrati portano nelle nostre città, ma esprime parziale soddisfazione per via del fatto che ora gli extracomunitari “si uccidono a vicenda” così da non dover più essere espatriati a calci in culo. Io me ne sto lì di fianco ad ascoltare, mentre la barista temporeggia sul resto dei miei cappuccini. La morosina mi guarda severa, come a volermi intimidire: riesce a vedere in anticipo quando ho voglia a rompere le palle alla gente a colazione. Dice che si vergogna quando mi metto ad attaccar briga. Per una frazione di secondo mi contengo, poi non ce la fo. “Eh, non s’è mica mai sentito infatti che due italiani si menano per il calcio”. Risata di due o tre. Il tizio s’incazza visibilmente ed inveisce. “Menarsi ok, ma coltellate proprio…”
Silenzio di tomba. Qualcuno sorride. Qualcuno inizia a mugolare. Decido di portare a casa un pareggio ed evitare coltellate. “Beh, secondo me è sinonimo d’integrazione insomma…”
La gente ride. Una tipa, da dietro: “sì, si adeguano ai napoletani.” Risate fortissime.
Vaffanculo.

Perfavorescrivialtrove non è quel che si dice un blog con degli accessi. In qualsiasi caso, ieri era giornata propizia e il nostro nome è saltato fuori da qualche motore di ricerca, dandomi la possibilità di disquisire sui tre termini di ricerca adottati ieri per finire sul blogghe della Suicida Sentimentale.

PIZZICA IL NASO NASO SIGNIFICATO
Il significato di PIZZICA IL NASO è che senti un pizzicore al naso. Se non sai cosa significa PIZZICARE consiglio l’acquisto di un buon dizionario e/o la possibilità di avere una qualsiasi tipo di conversazione con esseri umani. Oppure posso farti un paio di esempi: PIZZICORE potrebbe essere definita una sensazione in qualche modo fastidiosa e/o bruciante. PIZZICARE lo si dice anche delle guardie che lo mettono nel culo ai ladri.
PIZZICA IL NASO NASO, per quanto ne so, può pure essere la password per gestire il database dell’interpol. Per trovare il nome utente, come sempre, consigliamo un generatore di nicknames a password fissa, che potreste trovare ad esempio su biomassa (ma anche no). Oppure hai un amico soprannominato Naso e lo stai prendendo per il naso.

ALLERGIA FOTOCOPIATRICE
Non sapevo esistesse. Per te, misterioso navigante, ho un paio di appunti. Per prima cosa sono convinto sia una sfiga, ma sempre meglio l’allergia alle fotocopiatrici di svariate altre cose (ad esempio celiachia, o scorbuto, o mal di denti). Secondo, sono ragionevolmente convinto che tu possa essere affetto da allergia non all’elettrodomestico in sé (che sarebbe una storia troppo postmarxiana) ma a qualche componente al suo interno o alla polvere che dietro d’essa si accumula. Prova a smontarla e a sniffare le parti una per una, oppure usa uno scanner e una stampante.

SI PUÒ SBORRARE A DODICI ANNI?
La risposta è sì, ma non è obbligatorio. In qualsiasi caso è consigliabile non farlo dentro alla fica di una compagna di classe, specie a dodici anni.

Grazie alla Suicida per avermi fatto notare i particolari in questione.

insomma le cose stanno così: hai comprato la batteria nuova al mac, di conseguenza ora sei sul portatile modello pc. uno dei due hard disk esterni funziona – quello che puoi collegare al pc per tutta una storia di formattazione che ti sta dando ai nervi ma non hai voglia di travasare 300 gb di musica e film – l’altro hard disk (quello preferito perchè bello, rosso, lucido a forma di mattone gigante della lego) doveva funzionare ora che te l’hanno restituito e sarebbe stato impiegato per svuotare il mac, che sta per scoppiare e che con l’altro hard disk ci parla ma quello non gli vuol rispondere, invece non funziona. ci si è messo anche il nuovo ipod, che anche lui decide di sua sponte con chi vuol comunicare e con chi no. è tutta una confusione di sistemi operativi da aggiornare, cose da formattare, programmi da scaricare, sembra tutto assolutamente inadeguato per colpa della tua a volte maniacale non-curanza. tutto questo è fonte di un’unica ineluttabile considerazione: le cose funzionano sempre e solo a metà.

l’italia va al voto e le cose funzionano a metà, o forse anche meno di metà, o comunque non funziona la metà giusta e tu sei circondata di persone coi sorrisi a metà, sghembe e tristi, rassegnate e che continuano a interrogarsi: “ma che cxxxo, conosco praticamente solo gente che ha votato la metà giusta.. ma dove sta questa più della metà che ha votato la metà sbagliata?”.
ti rendi conto che hai e avete una visione della realtà che è praticamente… una metà.

ti sei incastrata per circa un anno in una storia a metà. poi più della metà d’italia ha votato la metà che piaceva a lui e non a te e tu hai capito che non sopportavi più manco la metà della storia: l’italia ha cambiato governo, tu ti sei data all’autarchia. a una metà di te dispiace molto, l’altra non è ancora stata scrutinata.

il tuo corpo si è ribellato per metà e sei a casa da due giorni.

hai la metà della voglia di fare le cose, che dovresti avere in questi giorni: ad anoressia-da-bere è iniziata la settimana della devastazione mondana, quasi peggio di quella delle sfilate. il fuorisalone è tutto un susseguirsi di “eventi”, feste, concerti, mostre, presentazioni, dimostrazioni, cose inutili in cui gente si raduna sorridendo (a metà, che ad anoressia-da-bere non si sorride mai del tutto, non fa chic) e bevendo e muovendosi e parlando e tutte quelle cose là, giustificate con un qualsivoglia intento artistico-musical-iconico. è l’evento glamour a metà: meno esclusivo della settimana della moda quanto a inviti, più divertente quanto a iniziative. con quel porsi un po’ a metà tra il mainstream e l’alternativo, per dirla come parrebbe andar detta.
per essere in tutti i posti e a tutte le feste dovresti dividerti ogni sera a metà. hai già dato diverse buche a metà degli amici che a questo punto non sai più bene ma, credi ti considerino un’amica a metà. finisci a concerti da ottanta persone di cui la metà non sa perchè è là (forse te compresa) e cedi senza indugi la tua metà di accredito la volta successiva per altro apparentemente più esclusivo e interessante. te ne resti nella tua metà del letto in attesa del sonno che però, sfortunatamente, è anche quello a metà.

stai elaborando con le fide amiche microcelebrity e toiletqueen un decalogo di frasette utili. siete a metà, forse.

1) I tacchi sono uno stato della mente, come miumiu
2) No non sono frangetta, a me il cazzo piace
3) No grazie lo psicologo no, piuttosto compro scarpe almeno una volta a settimana con un’utilità e una soddisfazione immediate decisamente maggiori
4) Non intendo smettere di fumare, apprezzo i lenti suicidi
5) Conosci meglio [inserire nome], [inserire funzione decontestualizzata e/o legata al contesto]
(per esempi concreti vedere l’ultima campagna sui “personaggi” su myspace. n.d.a. sì, più di una di noi ci fa anche i soldi per comprare le scarpe di cui al punto 3 con roba così)

la nuova batteria del mac è finalmente esaurita, ora puoi chiudere tutto e mettere in carica da spento, così che si riempia abbondantemente oltre la metà.

che fai concludi sempre con la solita metafora tecnologica?

in questo post c’è la metà di quel che volevi dire, l’altra metà è nel titolo

La mattina della domenica ho preso il coraggio a quattro mani. Dopo quindici minuti di telenovela per trovare la tessera elettorale, faccio una capatina al seggio, lascio fuori il cellulare, ritiro le schede e mi siedo sul cabinotto. Per un secondo penso a quanto erano semplici le elezioni alle elementari: la crisi di governo porta alle elezioni. Le elezioni portano a due giorni di vacanza: la scuola è seggio elettorale. A sette anni son tutti anarchici, a parte i secchioni.
La parola sbiancare esiste. Rimango imbambolato di fronte a quei simboli, sembrano tutti uguali, fanno schifo, il layout è inaccettabile. Due minuti d’orologio prima di esprimere la precedenza. Sei sicuro che sia questa la tua idea di male minore nel contesto delle elezioni politiche dell’aprile 2008? Risposta: no, ma fuori c’è una fila di cittadini che devono segnare la loro preferenza. Sono le nove di mattina. La vita fa schifo. Tappo il naso e faccio quello che va fatto. Due croci (in hoc signo vinces): PD, PD. Penso alla nuova classe politica, ad una spiccata preferenza popolare per: monaci tibetani, tette rifatte, acqua tiepida, villaggi vacanze, personal shopper, Muse, Gerry Scotti, Fiorello, Brunello di Montalcino alla diossina, Wes Anderson, fiorentina media cottura, una segretaria con culo sodissimo e minigonna di vinile nero.
Passo la giornata in preda alla depressione elettorale più profonda che abbia mai avuto. Avrei dovuto cagare dentro la scheda o almeno marcare la casella di SA, o cose così. Non l’ho fatto.
Ad ora aperitivo decido di aver bisogno di alcool. Passo a prendere Matteo (il cui nome non è affatto Matteo) e ci dirigiamo verso casa di Andrea (il cui nome non è affatto Andrea).
“Hai votato?”
“Stamattina. Tu?”
“Poco fa. PD?”
“Sì.”
Silenzio di tomba. Abbiamo fatto la stessa marchetta. Siamo merda. Squillo ad Andrea sotto casa sua. Entrambi, in attesa, scriviamo un SMS. Andrea entra in macchina. Non lo vedo da sei mesi. Discorsino leggero per sciogliersi.
“Sei stato a votare?”
Scurisce in volto. “Sì.”
“Dai. PD?”
“Sì.”
Noi scuri in volto lo siamo già. Un minuto di silenzio. Scoppiamo a ridere come pazzi. Ce ne andiamo a bere. Un posto cazzuto. Tre bottiglie di vino in tre. Suppongo la moderazione faccia la fortuna degli osti.

Mi sarebbe un sacco piaciuto trovare il bandolo della matassa di cui si sta trovando da leggere tutti i giorni. Mi sarebbe preso benissimo sapere che cazzo sta succedendo a tutto questo giro di gente, sapere quali sono i blogger più famosi, quali sono i più antipatici, simpatici, cattivi, geniali, intelligenti –minchia, esistono persino blogger molto famosi che non ascoltano gli Arcade Fire (Beppe Grillo, suppongo). Non ho avuto a che fare con blogbabel finchè non ha chiuso, e quindi non me ne frega un cazzo. Ma mi dispiace un sacco non avere un’opinione in proposito e non sapere manco di che cazzo stanno parlando. Spero che la Suicida mi possa illustrare i termini della questione, comunque. Mi figuro torri che si sgretolano e grossi massi che cadono in testa alla gente schiacciandola come un mucchio di piadine. È per via del nome. Solo che è la blog-babele, quindi invece dei massi giganteschi forse cadono cubi di energon e città invisibili. Ecco, mi fa schifo non avere opinioni su tutta questa pioggia di cubi di energon.

Quando ero un pargolo dicevano che quando pizzica il naso c’è gente che ti pensa. Quando da pargolo son diventato ragazzino ho imparato che la persona che ti pensa è supposta quasi sempre essere una lei (in Romagna la Figa la insegnano al catechismo, la mia idea in proposito è che sia una sorta di guerra culturale preventiva all’omosessualità, mossa in tempi non sospetti da qualcuno che probabilmente aveva previsto la liberazione sessuale interiore in atto di questi tempi).
A diciassette anni ho iniziato a darmi da fare attivamente con l’altro sesso. Prima dei 17 mi davo da fare attivamente sull’altro sesso, era una cosa diversa. A diciassette anni ho anche iniziato a soffrire di rinite allergica.
Quando avevo tre anni si manifestò la prima forma di allergia ai pollini. Piangevo lacrime infinite in prossimità di qualche parco pubblico. Mia madre vide tigli nel parco e stabilì che sono allergico al polline di tiglio. Non ho mai fatto prove allergiche a sostegno della tesi di mia madre (con enorme disappunto di chiunque stia vicino), ma voglio pensare sia semplicemente un grosso equivoco. Non che me ne freghi qualcosa, insomma. non so neanche se i tigli effettivamente producono polline. Il medico che mi visitò disse che l’allergia agli occhi sarebbe passata da sé verso i dodici o tredici anni.
Dai quattro ai diciassette anni l’incubo più grande era quello della congiuntivite. Persone anche molto fastidiose che mi vedevano lacrimare e/o sfoggiare occhi gonfi che manco una triglia e mi chiedevano se avessi la congiuntivite. Educatamente rispondevo di no. Allergia. In diversi casi (persone adulte accomunate dalla sostanziale sgradevolezza della loro dimensione umana) sono stato tacciato d’incuria verso la mia stessa persona. Cioè era impossibile per loro concepire il fatto che NON fosse congiuntivite, “i tuoi genitori dovrebbero curarsi più di te”. In genere l’uscita sull’incuria parentale è prerogativa ex-insegnanti senza figli o zitelli o categorie simili. L’avete notato?

Per inciso, il vecchietto che ti diagnostica il male è una delle figure più scostanti dell’universo. Una volta mi ruppi un braccio, una stronzatina. Ebbi una conversazione con questa tizia sui 65 e mi disse che il braccio non sarebbe mai più guarito completamente e avrebbe portato per sempre il peso della frattura impedendomi di avere una vita normale. “Signora, mi sono scheggiato un osso. il gesso è precauzionale”. “Sì, voi fate presto, per voi non conta nulla”. Il braccio è a posto ovviamente, ma chi ci protegge davvero contro la sfiga? Non si potrebbe organizzare un movimento culturale pro-revisione della 194 al fine di legalizzare certe forme di aborto retroattivo verso chi butta sfighe con una diagnosi? Stavo solo chiedendo.

Aspettai paziente la mutazione del mio organismo. A dodici anni non successe, aspettai i tredici. A tredici anni non successe, ma ero concentrato sull’attendere i 14 per via della possibilità di giocare a videogames in sala giochi e guidare un motorino. A quindici anni non successe, ma il problema più serio era l’acne. Verso i diciassette smisi di lacrimare e iniziai con gli starnuti. Serie di venti/venticinque starnuti allergici da mettere KO un elefante -e io ero ancora gracilino e privo di quel bel fisicone bitorzoluto da trentenne sedentario che s’ingozza di birra e vivande, cioè ero KO tre volte di seguito. Il trattamento all’allergia iniziò in seguito, penso un annetto o due dopo. E poi se il tuo organismo ha voglia di esprimersi perché dovresti tarparlo. Con quale autorità. Mi limitavo a far fuori un pacco di fazzoletti bianchi al giorno. I Kleenex profumati erano schifosi, mi nauseavano. Quando arrivò la moda dei fazzoletti al balsamo mi ritrovai con abrasioni al naso che manco la copertina del primo disco di Andrew WK rende l’idea. Continuai a soffiare il naso e a farmela passare con l’autoipnosi.
Poi la situazione si fece insostenibile, lo charme ne perdeva (verso i venti ho iniziato ad averne, di charme. Prima avevo sbronze, più che altro. Anche dopo, ma erano più charming), il medico riuscì a vedermi una volta e mi prescrisse roba. Ho iniziato con gli antistaminici e non ho mai fatto prove, fino ad oggi. Oggi compreso. Gli antistaminici erano fatali, provocavano crisi di sonnolenza (una cosa a cui sono soggetto già nella vita di tutti i giorni, figurarsi con i farmaci), esigevano un trattamento ortodosso e costante. Era una gran rottura di coglioni, ma mi sono sempre rifiutato di vaccinarmi. Col tempo l’antistaminico è diventato più cool, passato dalla mutua, niente crisi di sonno, ci si può bere dietro, si fanno bei viaggi e si può diminuire le dosi. Funziona, non la sradica ma la fa passare per almeno due terzi. Ci si convive, del resto se sei abituato a riempire i banchi di scuola con i fazzolettini di carta si convive con tutto. Quando ho una crisi i colleghi iniziano a sfottermi bonariamente e si raccolgono nel mio ufficio per contarli, o darmi pacche sulla spalla in segno di comprensione. Si convive con tutto. Avete presente quando uscite dall’ufficio il primo lunedì dopo l’ora legale? Per me è un periodo tetro e nasconde solo l’avvisaglia di quello che passerò. E mi ostino a non fare vaccini. Ho un disturbo della memoria a lungo termine, non penso mai all’allergia quando non è molto vicina o proprio presente. Alle volte dimentico l’antistaminico perché stando bene non penso di averne bisogno.

Però oggi il naso prude. I giorni scorsi prudeva. Ieri ho starnutito due volte. Sono soprappeso, vesto male, bevo birra, faccio rutti e scorregge, sono fidanzato, antipatico, bolso, scarsamente interattivo e privo di fascino in genere: nessuna ragazza mi sta pensando. Anche quest’anno si comincia. Se mi vedi in difficoltà con il naso, tirare su, passarci la mano, cercare disperatamente un fazzoletto in tasca, arrossarsi l’occhio, assentarmi dalla chiacchierata e dirigermi quatto quatto nel cesso più distante dalla conversazione, non dirmi che qualcuno mi sta pensando. Sto per avere una crisi e il tuo cordoglio non mi servirà.
:?

11 min e 38 sec dice amule. il film è quasi completo. il blu diventa verde e tu sei ossessionata. è la tua versione dell’amore. dicono. dovevi essere altrove. dovevi essere altrove. altrove.