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Ti fidi? No. Ti fidi? No. Ti fidi? No. Ti fidi? No. Ti fidi? No.
E perchè dovrei? E’ un mantra da ripetersi per imparare, eppure non ci si riesce mai.
C’era un tempo in cui favolette di vario genere ti raccontavano che le persone che ti vogliono bene sono quelle di cui fidarti. Insomma, è come Babbo Natale, la Befana o la manina di gomma dentro le patatine: cose naif con cui alimentare la fantasia.
Poi passa qualche anno, per alcuni di più per altri di meno, e ti rendi conto che la manina di gomma è una schifezza e se poi si appiccica al soffitto ci mette secoli a staccarsi e che Babbo Natale e la Befana sono due vecchi stronzi, probabilmente lui spaccia droga o fa il pappone con tutto quel giro di gnomi e gnome, mentre la Befana fa la squillo a domicilio.
Contestualmente ti accorgi che non c’è nessuno di cui fidarsi. NESSUNO.
Da quel punto in poi va meglio: insomma, forse sei un po’ più triste e disillusa, ma sai come regolarti, cosa aspettarti (ovvero nulla) e ti arrabatti per risolverti le tue questioni da sola.
Intanto la vita si complica e barattare il panino con burro e zucchero con la crostatina del mulino bianco al cioccolato, comincia a diventare un’impresa sempre più titanica, con variabili e modalità che si moltiplicano all’infinito.
Poi qualcuno piomba dalle tue parti e ti dice: “guardami, sono qui per te, sono buono, bello e affidabile. Riversa il tuo affetto su di me e in cambio avrai il mio”. La cosa ti fa temere molto, ma i canti di sirena dell’amore sono irresistibili. E cedi.
Dopo le prime tre o quattro cantonate impari che non è così che si fa e trovi una formula nuova di distacco-amatorio-funzionale, che permette di fare anche tanto la bella coppietta affiata, ma senza perdere l’aplomb del single a vita.

Ma l’amore quello “vero” è là in agguato e ti frega.

Ci caschi di nuovo, e tutti quegli anni di esercizio di scambio te li dimentichi, perchè la natura femminile è debole e vuole fondamentalmente poter abbandonarsi a qualcuno e contemporaneamente prendersene cura. Ti fidi. E quando viene il momento di aver bisogno e si è un po’ in difficoltà, come al solito, chi ti immagini ci sia, non c’è.
Come i My Bloody Valentine che ti sono piaciuti tanto, ma ti hanno distrutto un orecchio.
Ed è tutto qui. Non c’è null’altro.

l’argomento del giorno è stato IL TRADIMENTO.
roba difficile e scottante. a tratti fastidiosa. decisamente incline alla paranoia. uno dei presupposti è che per tradire ci vuole “il pelo sullo stomaco”: che non significa un prestante fisico, piuttosto una sicurezza notevole. perchè il tradimento è raziocinio, e su questo non ci piove.
ma il dunque è giunto quando si è affrontata la questione: tradimento elettronico. e allora via con aneddoti vari su sms e account mail rintracciati e passati al setaccio.
si è impossessata di te una notevole ansia: non per la possibilità di essere “beccata” – c’è poco da beccare  qua – ma per la possibilità di “beccare”. il disvelamento che la fiducia tanto a occhi chiusi riposta, in realtà sia solo una gran puttanata per provare a tenere l’animo tranquillo e a gestire il gestibile.
le ragazze – a quanto pare – sono quelle che spulciano messaggini e e-mail, pratica decisamente meno consona per i maschietti, che si dicono tutti d’un pezzo e assolutamente infastiditi dalla cosa. “se lo facesse la troverei un’enorme mancanza di rispetto e di fiducia”. ok. tutti d’accordo. ma ti piace fare l’avvocato del diavolo, perciò: “e se però trovano qualcosa? chi è allora che ha mancato di fiducia e di rispetto?”. cala il silenzio. già, perchè a quel punto che si fa? chi si incazza per primo? e chi ha l’onore-onore di poter essere incazzato? il tradito? o il traditore che ha subito la violazione della privacy?
le risposte non giungono, ma sui volti si dipingono solo espressioni del tipo “oddio speriamo non mi capiti mai”. intanto la soluzione sembra palese a tutti: rispetto della privacy e così nessuno sa niente e magari si tira innanzi felicemente senza troppi interrogativi. insomma, occhio non vede, cuore non duole. niente cookies o cronologie da cancellare. niente sms o mms da cestinare, dall’altra parte.
e poi si decide di addentrarsi ancora di più nel torbido: ma nell’era della famigerata comunicazione digitale, quale è il confine del tradimento?
il coro giudicante di questa tragedia in bit e caratteri è composto da donne e da uomini e gli approcci sono diversi.
i ragazzi pare tendano un po’ ad avere questo simpatico harem di fanciulle pronte a sdolcinatezze solo a parole. una cosa “accettabile”: insomma, mica succede niente. bhè ottima cosa allora. quindi se il tuo partner ti becca tutti quegli sms e quelle mail a qualsiasi ora del giorno e della notte, in cui ti sveli a racconti i tuoi più reconditi pensieri e magari fai anche un po’ il piacione/a – che un po’ di galanteria e romanticheria non fa mai male, in fondo si parla pur sempre con un essere del sesso opposto (o anche dello stesso sesso, dipende dalle tendenze sessuali, appunto) – ti da una pacca sulla spalla e ti dice felice “ben fatto! hai allietato anche lui/lei”. dai che così hai sublimato la tua voglia di flirt e rimorchio, senza fare troppi danni! altro momento di silenzio e riflessione per tutti.
insomma non se ne viene a capo per niente.
ma allora meglio una sana scopata disinteressata o scambi di pezzi di sentimento e intelletto a profusione?
se c’è solo una delle due cose non lo consideriamo tradimento? è tradimento solo quando carne e animo si fondono?
non sai risponderti neppure tu. nel frattempo temi all’idea di andare a spulciare qualche account di posta altrui e di vedere svanire i tuoi sogni di glorioso amore.
forse per tutelarti propendi per la versione conservativa e ti auguri che se ti debbano tradire, si tratti di un’ottima e molto soddisfacente scopata, almeno quella per rintracciarla forse faresti più fatica.

\”Is a woman\”, Lambchop

e non c’è più spazio vuoto tra passato e presente.

nell’ultimo periodo se dovessi pensarti come un cibo, ti penseresti come un involtino in stile siciliano, di quelli mini che faceva tua nonna e che poi infilava su un lungo spiedino. pangrattato dentro: briciole tritate finissime di te. intorno, come una fettina di vitella, uno stritolante lavoro. il tutto tenuto insieme da uno spago sottile: tutti quegli inutili esseri che pensavi fossero un collante di te e in realtà sono solo un abbraccio che ti spreme per ottenere un gustoso sughetto.
già, il gustoso sughetto. indigesto.
ad ogni modo in qualche modo sopravvivi. non è che sia proprio di gran gusto vivere così, o meglio non c’è proprio un gran gusto a sopravvivere anzichè vivere. è uno dei tuoi punti programmatici quello del vivere e non sopravvivere. a volte però il tutto è contingente e puoi farci ben poco.
quel che puoi fare è uscire ad un orario non proprio consono dalla miniera, cercare di spostarti più in fretta che puoi col motorino per ridurre il freddo al minimo – ovvero minimo tempo anche se maggiore intensità per la velocità – e cercare riparo fisico, ma soprattutto morale, in qualche voce amica e qualche gesto gentile. e a volte li trovi. li trovi dove li stavi cercando e li trovi inaspettati, dove proprio non avresti mai potuto immaginare. non che sia proprio amicizia, ma ormai hai quasi un buffo modo di stupirti di qualsiasi cosa che sembri gentilezza.
così, insomma, ingurgiti gelatine alla ciliegia e aspiri compulsivamente sigarette mentre parli a raffica con l’amicamicrocelebrity, che lei sì sa dirti se alla fine avevi ragione o no, per poi riuscire a farti fare quello che ti viene meglio: il trendsetter delle cazzate. e finire a ridere. risate vere.
poi tornando pensi che alla fine non mangi da ore e che proprio cucinare è una cosa che quasi non riesci a concepire, quindi passi dal solito giappoaportarvia. la ragazzina del giappo ti guarda e ti offre un bicchier d’acqua. forse effettivamente non sei esattamente un bello spettacolo dopo tre settimane di fila a lavorare e l’ultima con la febbre e dopo queste undici ore che proprio non sono state assolutamente decenti. ti chiede da dove arrivi. mormori ufficio, poi amici. ti incalza con le domande: che lavoro fai? ma quanto lavori? passi sempre così tardi… e l’ultima non era una domanda. ti cominci a chiedere che effetto fai alle persone. tu col tuo vestitino nero, la camiciola bianca, le calze nere lavorate che sembrano quasi a rete ma più belle, gli stivali bassi anni ottanta, il trench, la kefiah grigia, il frangettone, la faccia bianca, gli occhi rossi e cerchiati… e parole che ormai ti escono come un mormorio impastato alle undici e mezza di sera, perchè le hai finite.
dai risposte evasive, aspetti i tuoi maki. ti rendi conto che invece la ragazzina vuol solo essere GENTILE. gentile e basta. e neanche che lo sta facendo perchè è ora di servizio. ti rendi conto che la gentilezza ti rende diffidente. fondamentalmente ti rendi conto che non ottieni gentilezza dalle persone da cui te l’aspetteresti, perciò non riesci neppure a concepire lontanamente che un’emerita sconosciuta abbia voglia di chiedersi perchè la tipa del take-away-sempre-molto-tardi ha quest’aria stanca, e anche di ascoltare le sue risposte.
ad ogni modo, rimani diffidente, poi… i maki sono pronti e… ce ne sono sei in più, di un altro gusto. così. per regalarteli. “bhè se sei stata al lavoro tutte queste ore avrai una gran fame!”, e lei e il cuoco sorridono. sorridi anche tu. ti sei ricordata che ti eri ripromessa di sorridere ad anoressiadabere e che se avessi smesso, avrebbe vinto lei. e sorridi perchè nei sei convinta e ti vien bene, non di rimando.
risali in motorino e vai a casa, tempo netto due minuti e mezzo.
hai il tempo di pensare a illui, che ti ha chiamata ieri, che eri tornata a lavorare a casa alle otto perchè avevi la febbre e lo sapeva e la prima cosa che ti ha detto è stata: “ma non mi hai detto nulla del layout del nuovo sito! come ti sembra? insomma…”. gentilezza.
mangi i maki soddisfatta. ti connetti e non sai se vuoi parlare veramente con chi trovi online. però non ti viene per niente da sorridergli. ci sono volte in cui i sì sono sì, i ni sono sempre no e i no pesano sempre.
una delle domande della ragazzina era “ceni sola?”. e ti sei quasi sentita in dovere di mentire. perchè mai poi? e hai sorriso.

diventare una lastra di ghiaccio in un mondo in cui non esistono ramponi o chiodi da ghiaccio, così che nessuno possa aver la ben che minima presa o sostare più di un centesimo di secondo. diventare di ghiaccio anche dentro. oltre che fuori.

E sei finita di nuovo a consumare un quarto di serbatoio del motorino, di nuovo con l’iPod nella tasca e la musica sparata nelle orecchie e quel parruccone cotonato di Robert Smith che continua piú o meno a suggerire mieloso: ‘che me ne frega a me, andiamocene a letto’.
E invece a te, che sei un essere imperfetto e pieno di assurde percezioni e incontenibili presunzioni, purtroppo frega, e frega molto e sempre. La nuova consapevolezza degli ultimi giorni riguarda la capacità umana di operare scelte rinunciatarie. Ecco, tu in questo sei dis-umana. Dal tizio qualsiasi di cui si trovano tracce scritte qua e là in questo ameno virtual-luogo, hai imparato la teoria della ‘Starbene Inc’, e l’hai fatta tua. Ora, il problema è che come sempre hai un modo aberrante magari di far tue le cose, perciò la teoria della ‘Starbene Inc.’ nel tuo tentativo di perseguirne l’obiettivo, ha spesse volte l’effetto collaterale di farti star male. La ‘Starbene Inc’ ha una sola mission, vision e value proposition: star bene. Nel corso degli anni hai realizzato che la tua funzione riassuntiva della teoria della ‘Starbene Inc.’ potrebbe più o meno essere: (personechefannostarbene X tempiprolungati) – paranoie assortire/semplificazione = benessere. Insomma c’è poco da discutere, a te son le persone che fanno star bene (addirittura più delle scarpe). Ora, la questione reale si pone quando la variabile ‘personechefannostarbene’, diventa entropica. Questo riduce a un valore negativo il risultante benessere, e tu consumi litri di benzina correndo in motorino in giro per anoressiadabere. Lo fai perchè così riesci a pensarci solo per tre quarti, mentre la parte istintiva del cervello coordina occhi, mani e gambe nel tentativo di evitare di schiantarsi contro le macchine, e la musica ti invade tutta la scatola cranica. Dal momento che lo starbene deriva dalle persone, il corollario numero uno della teoria è: ‘bene si sta in due (o più)’. Quando dunque si verifica l’accadimento-obiettivo dello starbene, questo viene generato dall’interazione degli individui, almeno due, ed ambedue devono essere nella stessa condizione (chiaramente qui si parla di uno star bene di quelli ottimi, pieni, prolungati, privi di tensione se non al positivo, determina(n)ti e ricercatissimi). A questi momenti tu, come forse il 90% delle persone, sviluppi un’assuefazione immediata e crescente. La questione è che, diversamente dagli altri, tu sei ingorda e priva di pazienza, praticamente bulimica. La bulimia non è una buona cosa, e infatti alla fine non stai bene.
Vorresti veramente imparare a cibarti sanamente delle persone, il che presupporrebbe magari di essere anche in grado di gestire le cose con un minimo di razionalità e soprattutto con tempistiche normali. Ma insomma, la tua dimensione al momento è su uno scooter all’alba, mentre corri… corri.. corri… e non sai dove stai andando ma soprattutto da cosa stai scappando. Non credi proprio di essere capace di non correre.

Ma in fondo sei tu, non vedi cosa altro si potrebbe pretendere da te.

E’ ora di andarsene a dormire.

vancaze chiuse anche se è piena estate e te ne sei tornata ad anoressiadabere. hai chiuso anche altro, supponi o credi, durante le vacanze. le vacanze in realtà non sono decisamente state aperte, nel senso che a parte una quasi settimana guidando per le strade della sicilia orientale con la fida amicachenonrispondemaialtelefono al fianco, non è che hai aperto un vero capitolo vacanze. poco male. o poco bene. il rientro nella cittàsedutasulsuonobileculone, ha avuto come sempre effetti deflagranti sul tuo star bene, che consistono nell’annichilimento totale e assoluto e nella disaggregazione progressiva di pezzetti di te. quelli sparsi là allora prendono il sopravvento e ti costringono a fronteggiare l’inevitabile impossibilità di avere quello che era un tempo la tua gioia e che, ti illudi, potrebbe esserlo ancora. ti illudi appunto, perchè così non è, come dimostrano i fatti. piuttosto ti ritrovi a dover fronteggiare sottili recriminazioni, decise obiezioni, imputazioni di errori, sussulti dell’orgoglio e stillicidi sentimentali post-mortem. oltre alla consapevolezza dell’impossibilità di riporre la fiducia in un qualsiasi essere umano.

torni dunque, un po’ amareggiata, con molte ore di sonno sulle spalle e ancora il ricordo dell’acqua salata, alla tua postazione di combattimento e alla tua vita poco consona in cui virtuale e reale cominciano a compenetrarsi con una quasi totale continuità.
in questi spazi ti ritrovi a parlare con l’adorabile amicamicrocelebrity e a fare considerazioni. ciniche e nichiliste considerazioni sull’abbandono progressivo della tua umanità e la ferma decisione di abbracciare una tendenza alla soddisfazione immediata priva assolutamente di lungimiranza alcuna, anche a brevissimo termine. insomma, quale altra strada se non l’egoismo?
perciò ti godi esclusivamente con lo strato superiore del cervello, un po’ quel che ti capita senza neppure accennare a un minimo di autoriflessione e/o approfondimento. scellerata. ma i risultati ti sembrano apprezzabili e son buoni momenti a cui non intendi rinunciare – magari con le dita incrociate.

improvvisamente, al racconto di un altro giovane impenitete mietitore di essere umani che si è redento sulla strada della rettitudine emozionale, ti rendi conto che è una questione di “maturità”. non nel senso di crescita consapevole costruttiva, bensì di “essere maturi al punto giusto”, come un caco.
ecco. dei cachi. questo siamo e sono un po’ tutti. la “teoria del caco” si dipana come un mantra dentro la tua testa: è la poltiglia interiore che raggiunge il giusto grado di zuccherosità e molle consistenza, la buccia che si assottiglia, il colore che diviene più corposo, il profumo più intenso, e l’essere umano è pronto.
è l’abbandono, non la scelta. prescinde dagli altri e dal loro valore, prescinde dalle possibilità, prescinde dall’estetica, prescinde dall’etica, prescinde e basta. è una scelta unidirezionale, un nuovo posizionamento dell’ego.
maturi come un caco si vuole una comoda ciotola in cui adagiarsi e un cucchiaino che scavi dentro, per farsi mangiare. non importa quale. una disposizione d’animo che non ha nulla a che vedere con il suicidio sentimentale, l’estroflessione del sè o la forza dei sentimenti. piuttosto un calmo desiderio di accomodarsi.

un caco. non hai ancora deciso se essere un caco o un cucchiaino. probabilmente non sei in grado.
in realtà i cachi non ti sono mai piaciuti.

arriva il giorno del tuo compleanno. ovvio. ci avevi fatto sopra alcuni pensieri sull’inesorabile scorrere del tempo e il flagello della vecchiaia che si abbatte sul tuo inerme essere. – per la cronaca tu la vecchiaia non la sai concepire, è proprio che non è che non vedi i vecchi o li odi o altro, è che tu non sarai mai vecchia, non ci arrivi, è il tuo limite, non lo sai pensare. hai 32 anni. 32. e non li hai – e comunque, puntuale e immutabile come “nu presepe”, per citare l’amicotesoro che però lo usa per altro con una metafora tanto calzante quanto la sensazione del sesso inutile, noioso e malfatto, il compleanno è arrivato.
è arrivato in un contesto strano: dopo tre giorni di febbre a quaranta e tonsille putrefatte, un aspetto orribile, qualche chilo in meno grazie alla malattia, un paio di giorni di star bene senza domande e a zero programmaticità, dopo aver finito di leggere naif.super come promesso e dopo aver risentito del peso della solitudine del mondo perchè semplicemente non sei in grado fisicamente di vivere se non come un dolorante produttore di malsano sudore su un letto sfatto. hai un ottimo rapporto col dolore, entro certi limiti lo si controlla, è una questione mentale, questo è il tuo motto, ed effettivamente hai gran margini di controllo rispetto al dolore. fisico si intende, quello morale è questione vivacemente privata e mutevole. riesci ad avere ampi margini anche là, comunque, solo che stai cominciando a pensare che è ora di smettere di averli. semplicemente, smettere. ma questa è, come al solito, un’altra storia e un’altra divagazione.
i tre giorni di febbre a 40 hanno reso le tue sinapsi ancora più mobili, oltre ad averne seccata qualcuna probabilmente.
il compleanno dunque. ma soprattutto un compleanno con nessun aspettativa ( a parte che volevi andare a vedere la prima di batman perchè a) sei nerd dentro b) christian bale ti fa sesso da morire e c) è cattivo). ci son cose che si ripetono e lo sai, rituali classici di auguri. e alle volte sono ottime occasioni per parlare e riparlare e finalmente, senza dolore, perchè per quello, appunto, non c’è più margine.
e così ti ritrovi a spiegare e a leggere e a riflettere e a ribadire che internt è internet e non è la vita, o meglio è un pezzo della ed in alcuni casi una copia di, ma è un anche non un solo. ed è un punto di vista che si offre, non necessariamente un punto di vista esauriente del reale.
e così ti trovi a ribadire che l’unica cosa è chiamare le cose col proprio nome e dare significati non variabili ai lemmi, perchè nostri ha un significato e a volte nostri non è più possibile, perchè allora i problemi non sono più solo nostri ma anche di qualcun altro e forse bisognerebbe considerare anche questo. o considerare il fatto di dover considerare di pensare ancora in termini di nostri, che è un’altra accezione della questione che non ha però fondamento risolutivo.
e così ti trovi a sorridere a una scatola di ghiaccioli arrivata inaspettata, a dare indicazioni stradali seguendo una mappa via internet, a renderti conto che non hai un vaso per il fantastico mazzo di fiori che finisce nella bottiglia finita di coca-cola 0 (da cui ormai ammetti la dipendenza) e infine anche a chiederti come fanno gli esseri umani a passare da tutto a niente nell’arco di poche ore, tu che non riesci ad avere una disattenzione neppure progressiva praticamente per nessuna cosa o persona. decidi di aspettare con grazia l’arrivo dell’amicamicrocelebrity e dei regali, ha detto regali con la “i” che significa plurale e forse saprai perchè hai dovuto finire naif.super, oltre al fatto di portarti a considerare il tempo come una variabile relativa la cui funzione è l’uomo.

ti interroghi su rocambolesche vicende e su assetti di vita, su mancanze ormai fondanti e tentativi di inclusione abbandonati. pensi a chi è come te e a chi è come te ma differente e sei felice delle differenze. sei sempre più felice delle differenze, quasi quanto un tempo eri felice delle coincidenze, che ti facevano sentire accettata e al tuo posto, mentre oggi giosci della possibilità di differenze sulla base di coincidenze, il che da decisamente un godimento assoluto maggiore.
parli con l’amicoscrittorepostrocker e parlargli ti fa sentire bene. credi che non avrai bisogno di comprarti una palla o di andare a giocare a frisbee per sentirti zen, che a volte ti basta pigiare su dei tasti e andare via fluida.
ancora una volta i pezzi del puzzle son tanti, diversi, e soprattutto non combaciano e certi decisamente mancano. e allora che fai? decidi e decidi che terrai tutto insieme e come collante non ti incazzerai, non lotterai, non cercherai di cambiare le cose, non le forzerai, non chiederai, non pretenderai, non ti immolerai, non darai, non prenderai, come collante, sorriderai. sorriderai duro. sorriderai forte.
squilla il cellulare, è l’amicachenonrispondemaialtelefono, mancava solo lei. “ah! la tonsillite! quindi stai a casa stasera! bene ti richiamo così decidiamo della mia vita da qui a due anni, intanto vado a comprarmi un vestito fantastico”. “sì. chiamami. decidiamo”. sorridi. sorridi duro. sorridi forte. sorridi veramente. :)

Once I wanted to be the greatest
No wind or waterfall could stall me
And then came the rush of the flood
Stars of night turned deep to dust

Melt me down
Into big black armour
Leave no trace of grace
Just in your honor
Lower me down
To culprit south
Make ‘em wash
The space in town
For the lead and the dregs
Of my bed i’ve been sleepin’
Lower me down
Pin me in
Secure the grounds
For the later parade

Once I wanted to be the greatest
Two fists of solid rock
With brains that could explain
Any feeling
Lower me down
Pin me in
Secure the grounds
For the lead and the dregs of my bed
I was sleepin’
For the later parade

Once I wanted to be the greatest
No wind or waterfall could stall me
And then came the rush of the flood
Stars of night turned deep to dust

la nuova parola d’ordine del complotto ordito alle tue spalle è “supervisionare”, e qualsiasi declinazione del verbo alla seconda e terza persona singolare: ovvero espressioni tipo “tu supervisioni” o “lei supervisiona”. eccola, la senti, la sola che si avvicina e si materializza proprio quando prendi a “supervisionare”. oggi la donna-che-supervisiona è crollata a letto, stordita dal caldo ma più che altro uccisa dal cedimento del suo stomaco (forse dovuto anche quello al caldo), al che si è resa conto che forse ’sta storia del “supervisionare”, vista la quantità di stress e stanchezza che riesce a generare, non è proprio così tanto conveniente.

Suvvia, sì, questa cosa del supervisionare ha portato a un incremento percentuale dello stipendio che consente di glorificarsi con altre scarpe, essendo le caviglie la sola e unica parte del corpo adorabilmente da te adorata, ma… ma…

Il nocciolo della questione è che oggi, grazie al crollo, non hai potuto essere presente all’incontro con il nuovo possibile-temibile cliente potenziale. La tua assenza, devi ammettere, quasi a un certo punto ti ha fatto bene sperare “che esista effettivamente un buondio che oggi mi costringe a letto e mi eviterà di dover inserire altre ore al mio timesheet - o meglio time-shit?”. Invece, malgrado lo stomaco accartocciato, hai avuto la forza di leggere le mail sul blackberry e hai trovato un fantastico: “meeting riuscito, … il lavoro sul cliente verrà così ripartito: 70% a carmelo (poverino tu a carmelo gli vuoi così bene ed è anche carino), 10% claudia per la supervisione corporate ( e che sarebbe?), 10% io per supervisionare quality e budget (ah bhè l’utilità), il resto a XXXX che SUPERVISIONERA’ IL TUTTO (ecco ce l’hai nel culo)”.

Insomma il senso è che ti pare che più che altro questo supervisionare è un supervisionare del tuo culo, e non nel senso positivo del termine, tipo qualcuno che ci mette le sue maschili manone sopra nella foga di un qualche amplesso dove stai tu sopra visto che al momento si suda troppo per stare sotto. Si intende in questo caso con “supervisione del culo”, una metaforica espressione indicante esattamente la noiosa storia sopra riportata, riassumibile in “ti sei beccata l’ennesimo palo in culo, che tu SUPERVISIONI, perciò è proprio tutto nel tuo di culo”.

Ora, ti vien da chiederti oltretutto – alle quasi tre di notte mentre il caldo non ti sembra neppure più eccessivo e anche stanotte senti questi tuoni incredibili provenire da fuori e attendi la pioggia come nelle ultime tre notti – cosa altro tu stia supervisionando nella tua vita. Cioè supervisionare ti da questa parvenza di controllo super partes, con distacco ed eleganza, che quasi uno ci potrebbe credere che diventi funzionale alla cosa. Ora, la cosa che ti salta bene agli occhi è che non stai supervisionando un cazzo di niente, non stai supervisionando un cazzo di niente neppure al lavoro: stai FACENDO, altro che supervisionando. E non stai neppure facendo supervisionando, che implicherebbe un senso o una ricerca di senso o di finalità, in quel che fai. No no, stai proprio facendo a braccio, come si suol dire, con quell’immane capacità che hai di generare entropia che poi, si spera, troverà un ordine naturale e poterà al compimento delle cose. Questa dinamica, in qualche maniera, funziona lavorativamente parlando, ma nell’esistenza?
E soprattutto: rispetto alle persone? Insomma, qua si sottointendono i sentimenti.
Nell’ultimo mese hai – non necessariamente in queso ordine:

  • rischiato di perdere una delle tue più care amiche (ed è stato dolorosissimo)
  • litigato almeno un paio di volte con la tua ballotta virtuale ( e ti diverte ma ti spiace)
  • chiuso una storia sentendoti dire che sei anaffettiva e egoriferita (tu? ma l’ultima volta invece non era perchè eri troppo coinvolgente e incontenibile e importante e con troppi sentimenti? bho)
  • aperto una storia del tutto inaspettata ma molto molto apprezzabile, già con il presupposto de laragazzagiustaalmomentosbagliato (che è troppo lungo ma effettivamente staresti anche pensando di usarlo al posto de lasuicidasentimentale, visto quante volte ormai te lo sei sentito dire)
  • chiuso con illui – tre volte, ma quest’ultima ti ci sei impegnata seriamente e sei ir-re-mo-vi-bi-le

(bhè sei anche andata a barcellona al primaverasound, hai visto amici che non vedevi da anni, hai visto i readiohead sotto la pioggia e comprato un fottio di scarpe e ascoltato della musica in compagnia, la giusta musica e la giusta compagnia … etc etc… )

ora, c’è qualcuno che cortesemente verrebbe a supervisionare la tua vita? (per non dire il tuo culo, perchè altrimenti viene frainteso). dal momento che supervisionare non sembra rientrare nelle tue doti strategiche.

l’amicotesoro dice che a milano nord sta piovendo, finalmente, qui a milano sud si aspetta. ma nessuno di noi dorme mai?