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La prima volta che li vidi, e ne sentii parlare, fu l’anno scorso. Ne parlavano come della nuova rivoluzione scienza/tecnica del fashion estivo, una specie di ciclone che avrebbe fatto fuori tutto il prima –e allontanato di un decennio il dopo. Compravo un paio di bermuda in un negozio, li vidi nei piedi ad una tizia e non pensai più di tanto alle sinistre affermazioni di lei e del venditore che osservava ammirato. La mia prima esperienza con la moda comoda è stata dalle parti dei Ranger (me la sto rivendendo). Ricordi i tempi del grunge? Io ho trent’anni, li ricordo per forza. Vestivamo TUTTI UGUALI, a parte gli emarginati e le puttanelle che si cagavano troppo Ambra A. Era una cosa scientifica. Della camicia a quadrettoni dicevano tutti di averla compra sei anni prima (palesemente falso), dei jeans strappati dicevano che s’erano strappati per conto loro. Degli anfibi Ranger con punta di ferro rigida, che manco t’avessero dato sei giorni di rigore in tempi di pace al liceo scientifico, “sai non è neanche per moda, è che sono comodissimi”. La veridicità non è contemplata in questo genere di discorsi, conta quasi solo il tono della voce. Non che qualcuno potesse pretendere di legare il concetto di comodità ai Ranger, ma hai capito che intendo. Di seguito il mondo s’è fatto bestiale e solipsista, io mi sono fatto un’opinione sulle cose e ho deciso di abbandonare il trendismo totale del cappotto da esser bomber a chiodo a montgomery a eskimo a giaccone tecnico da sci a parka –magari non in questo ordine esatto- per buttarmi su una sorta di (opinabile, anzi proprio aperto oggetto di derisione da parte di alcuni coetanei meno illuminati) stile personale. Qualcosa che sapesse di hip hop ma non ne abbracciasse il pesantissimo fardello dello street style oversize di tendenza che passava per quelle marche (le conoscete) e per l’unico paio di negozi che a Cesena le trattavano, roba da pulire il conto in banca dei miei genitori in cambio di un alto profilo nelle serate al Vidia. Non è il punto, ma per dire dell’atteggiamento. Essere sempre un po’ trasversale nelle tendenze, non abbracciarle per scelta non significa rifiutarle a priori in fin dei conti. Di tanto in tanto andava bene mollare, che so, le adidas alte da pallacanestro fabbricate l’anno in cui eri nato per farti un paio di orribili airwalk scamosciate. Ma anche no. Non tutto fa brodo ma tutto ciò che fa brodo entra nel brodo. Quando è iniziata la rincorsa alla ciabatta estiva di tendenza? Secondo me dalle parti del ’95. Prima le ciabatte erano una specie di male necessario, funzionavano come una specie di compartimento stagno dell’esistenza per persone che avevano desideri specifici e dovevano esaudirli nel minor tempo possibile. Parlo dei maschi, ovviamente: la ciabatta da piscina era appannaggio del peggior vecchiaccio che se ne stava a ber bianchetti alle due del pomeriggio al bar dello Sport, l’infradito in genere aveva scritto qualcosa di inquietante tipo Gattapelata Sporting Club e veniva schifato pure dai vecchiacci di cui sopra. Poi pian piano le cose tornano alla luce. La prima allucinazione collettiva? Quei cazzo di sandalini mezzo tecnici e mezzo vaffanculo che Reef –o chi per essa- aveva deciso di rendere supertrendy in un’estate dei miei più o meno vent’anni. Tre lacci di cotone a sessantamila lire, e si rompevano pure. Nere, e a me nei piedi stavano di merda (ci soffrivo, ma ho i piedi piccoli e questo è). Poi l’infradito è iniziato a diventare la cosa più cool in circolazione. Ho sempre avuto un debole per l’infradito, anche quando l’uomo del monte lo schifava. E infradito secondo me è un sostantivo maschile. Nondimeno: il prossimo passo era fin troppo prevedibile: ciabattine di moda tagliate su misura sul senso lumpenproletariat del fighetto-tipo che infesta le strade della riviera romagnola e da lì si espande alla conquista del mondo. Ciabattoni scavati alla peggio. Insomma, tutto l’armamentario. Io personalmente ho deciso di fermarmi all’infradito almeno finchè i ciabattoni grezzi da piscina non si decideranno a tornar di moda (possibilmente all-white). Nel frattempo voi potete continuare a cazzeggiare con i vostri birkenstock in attesa di un domani migliore L’unico mio sgarro alla regola era stato il possesso (non a fini di spaccio) di un paio di quelli che tutti conoscono come fly flot (un transfert che identifica un modello con il marchio, simile alla maniera in cui kleenex diventa sinonimo di fazzoletto o coca cola è un particolare gusto più che una multinazionale) o più affettuosamente come le ciabatte dell’infermiera. Che sono la cosa più comoda al mondo a parte farsi fare un pompino, fermo restando che creano grossi problemi se le usi per correre una staffetta 4×400 o peggio ancora per guidare (e sì, secondo me è abbastanza giusto che il poliziotto di turno ti tiri il cazziatone se guidi con le ciabatte. Mai provato a guidare scalzi o coi calzini? È bellissimo). Le ciabatte dell’infermiera, comunque, non sono mai state e non saranno mai trendy. Ecco spiegati gli sguardi sbigottiti di chi mi vedeva arrivare in spiaggia con quei cosi bianchi senza alcuna vergogna né speranza di redenzione. C’è una ditta, tuttavia, che ha investito in maniera un po’ simile a quella di Orlando Bloom in Elizabethtown nella ricerca del perfetto concetto di ciabatta applicato ai nostri tempi. Nel film in questione la cosa s’era risolta in un flop (non è uno spoiler, sia chiaro), mentre l’azienda in questione viaggia oggi a gonfie vele tra mercati azionari pieni di squali et similia. Il punto è creare un modello iper-pauperista che abbia in sé le caratteristiche goliardiche di una scarpa da skate di seconda generazione mischiata con le esigenze clownesche dell’estate italiana, già sancita dal successo incontrastato e/o inconfutabile delle hawaianas multicolore, incentrata sull’accoppiamento perfetto tra estrema leggerezza della ciabatta (anche più di una hawaianas, che come peso specifico comunque non scherza un cazzo) e imitazione della versatile comodità di una ciabatta dell’infermiera, senza dimenticare il gusto vintage di uno zoccolo tradizionale olandese. Il mio gusto estetico personale naturalmente finisce per vedere tutto in tutto, un po’ come un feticcio comunicativo di base che renda assolutamente irrilevante ogni altro mio capo d’abbigliamento. La cosa secondo me funziona benissimo. Mi immagino vestito di tutto punto con un completo di Armani e quegli zatteroni ai piedi. Di moda andavano l’anno scorso, il prossimo anno qualche altra ditta si prenderà maggiori meriti. Naturalmente, quando ho scoperto che il marchio originale (che è diventato il nome stesso della ciabatta) vende i modelli ad una quarantina di euro al pezzo, ho deciso di orientarmi su un paio di imitazioni color verde pisello. Li porto ovunque, e per ovunque intendo sia nel tragitto che va dalla cameretta alla tazza del cesso sia alle cene di famiglia sia a qualche serata trendy. Stanno benissimo con pantalone corto e con pantalone lungo. Colorano la vita. Sono un po’ nu-rave, come concetto. Ma chi se ne fotte. Naturalmente, se preferite, chiamatele con il loro nome.


Il mutuo per la casa e le rate dell’auto rendono sempre più infrequente la sana abitudine di fermarmi al bar prima del lavoro e bere un cappuccino non-liofilizzato. La ditta non offre altro, purtroppo: una volta c’era una macchina del caffè con le cialdine Illy, la cosa più piacevole del mio mestiere d’impiegato, poi ha deciso per un upgrade più economico e versatile ma meno gustoso. Io, come contropartita, sono riuscito a disintossicarmi dal caffè e nel giro di un annetto ho smesso anche di addormentarmi nei luoghi pubblici e beccare i conseguenti sfottò di amici e passanti. Mi rimane il piacere di una colazione settimanale al bar o due, quando la fidanzata rimane a dormire a casa mia.
Stamattina la colazione era al bar, insomma. Il bar che preferiamo è schierato a destra in maniera piuttosto imbarazzante (l’imbarazzo io lo vivo soprattutto a colazione): in genere la manifestazione destrorsa-tipo del barista maschio sessantenne è quello di mettere davanti alla mia fidanzata un cappuccino molto più schiumoso ed invitante del mio. Succede regolarmente, non che io biasimi la voglia di fica dei maschi sessantenni, ma nondimeno.
Naturalmente non ho nessuna voglia di rimettermi a discutere su quanto sia ridicola e patetica la campagna bipartisan contro gli extracomunitari in generale e contro cittadini europei in particolare, e quanto sia ridicolo e patetico il modo in cui l’informazione alimenta il sentore di criminalità dilagante (tutto un casino nato per via di un tizio che ha stuprato e ucciso una tizia, cosa mai avvenuta in Italia tra italiani). Sta di fatto che stamattina, mentre una barista donna serve i cappuccini (e il mio per una volta è denso e cremoso quanto quello della mia fidanzata), entra un omaccione (una colonna portante del bar, per capirci) e con fare arrogante ordina un caffè. Mentre sorseggia commenta una notizia di cronaca: pare che un rumeno ed un albanese si siano messi a litigare per questioni legate al calcio. La discussione è degenerata ed è finita a coltellate, e io non ho alcuna intenzione di verificare se la notizia è vera e falsa. L’omaccione manifesta dissenso per la violenza che gli immigrati portano nelle nostre città, ma esprime parziale soddisfazione per via del fatto che ora gli extracomunitari “si uccidono a vicenda” così da non dover più essere espatriati a calci in culo. Io me ne sto lì di fianco ad ascoltare, mentre la barista temporeggia sul resto dei miei cappuccini. La morosina mi guarda severa, come a volermi intimidire: riesce a vedere in anticipo quando ho voglia a rompere le palle alla gente a colazione. Dice che si vergogna quando mi metto ad attaccar briga. Per una frazione di secondo mi contengo, poi non ce la fo. “Eh, non s’è mica mai sentito infatti che due italiani si menano per il calcio”. Risata di due o tre. Il tizio s’incazza visibilmente ed inveisce. “Menarsi ok, ma coltellate proprio…”
Silenzio di tomba. Qualcuno sorride. Qualcuno inizia a mugolare. Decido di portare a casa un pareggio ed evitare coltellate. “Beh, secondo me è sinonimo d’integrazione insomma…”
La gente ride. Una tipa, da dietro: “sì, si adeguano ai napoletani.” Risate fortissime.
Vaffanculo.
Perfavorescrivialtrove non è quel che si dice un blog con degli accessi. In qualsiasi caso, ieri era giornata propizia e il nostro nome è saltato fuori da qualche motore di ricerca, dandomi la possibilità di disquisire sui tre termini di ricerca adottati ieri per finire sul blogghe della Suicida Sentimentale.
PIZZICA IL NASO NASO SIGNIFICATO
Il significato di PIZZICA IL NASO è che senti un pizzicore al naso. Se non sai cosa significa PIZZICARE consiglio l’acquisto di un buon dizionario e/o la possibilità di avere una qualsiasi tipo di conversazione con esseri umani. Oppure posso farti un paio di esempi: PIZZICORE potrebbe essere definita una sensazione in qualche modo fastidiosa e/o bruciante. PIZZICARE lo si dice anche delle guardie che lo mettono nel culo ai ladri.
PIZZICA IL NASO NASO, per quanto ne so, può pure essere la password per gestire il database dell’interpol. Per trovare il nome utente, come sempre, consigliamo un generatore di nicknames a password fissa, che potreste trovare ad esempio su biomassa (ma anche no). Oppure hai un amico soprannominato Naso e lo stai prendendo per il naso.
ALLERGIA FOTOCOPIATRICE
Non sapevo esistesse. Per te, misterioso navigante, ho un paio di appunti. Per prima cosa sono convinto sia una sfiga, ma sempre meglio l’allergia alle fotocopiatrici di svariate altre cose (ad esempio celiachia, o scorbuto, o mal di denti). Secondo, sono ragionevolmente convinto che tu possa essere affetto da allergia non all’elettrodomestico in sé (che sarebbe una storia troppo postmarxiana) ma a qualche componente al suo interno o alla polvere che dietro d’essa si accumula. Prova a smontarla e a sniffare le parti una per una, oppure usa uno scanner e una stampante.
SI PUÒ SBORRARE A DODICI ANNI?
La risposta è sì, ma non è obbligatorio. In qualsiasi caso è consigliabile non farlo dentro alla fica di una compagna di classe, specie a dodici anni.
Grazie alla Suicida per avermi fatto notare i particolari in questione.
La mattina della domenica ho preso il coraggio a quattro mani. Dopo quindici minuti di telenovela per trovare la tessera elettorale, faccio una capatina al seggio, lascio fuori il cellulare, ritiro le schede e mi siedo sul cabinotto. Per un secondo penso a quanto erano semplici le elezioni alle elementari: la crisi di governo porta alle elezioni. Le elezioni portano a due giorni di vacanza: la scuola è seggio elettorale. A sette anni son tutti anarchici, a parte i secchioni.
La parola sbiancare esiste. Rimango imbambolato di fronte a quei simboli, sembrano tutti uguali, fanno schifo, il layout è inaccettabile. Due minuti d’orologio prima di esprimere la precedenza. Sei sicuro che sia questa la tua idea di male minore nel contesto delle elezioni politiche dell’aprile 2008? Risposta: no, ma fuori c’è una fila di cittadini che devono segnare la loro preferenza. Sono le nove di mattina. La vita fa schifo. Tappo il naso e faccio quello che va fatto. Due croci (in hoc signo vinces): PD, PD. Penso alla nuova classe politica, ad una spiccata preferenza popolare per: monaci tibetani, tette rifatte, acqua tiepida, villaggi vacanze, personal shopper, Muse, Gerry Scotti, Fiorello, Brunello di Montalcino alla diossina, Wes Anderson, fiorentina media cottura, una segretaria con culo sodissimo e minigonna di vinile nero.
Passo la giornata in preda alla depressione elettorale più profonda che abbia mai avuto. Avrei dovuto cagare dentro la scheda o almeno marcare la casella di SA, o cose così. Non l’ho fatto.
Ad ora aperitivo decido di aver bisogno di alcool. Passo a prendere Matteo (il cui nome non è affatto Matteo) e ci dirigiamo verso casa di Andrea (il cui nome non è affatto Andrea).
“Hai votato?”
“Stamattina. Tu?”
“Poco fa. PD?”
“Sì.”
Silenzio di tomba. Abbiamo fatto la stessa marchetta. Siamo merda. Squillo ad Andrea sotto casa sua. Entrambi, in attesa, scriviamo un SMS. Andrea entra in macchina. Non lo vedo da sei mesi. Discorsino leggero per sciogliersi.
“Sei stato a votare?”
Scurisce in volto. “Sì.”
“Dai. PD?”
“Sì.”
Noi scuri in volto lo siamo già. Un minuto di silenzio. Scoppiamo a ridere come pazzi. Ce ne andiamo a bere. Un posto cazzuto. Tre bottiglie di vino in tre. Suppongo la moderazione faccia la fortuna degli osti.
Mi sarebbe un sacco piaciuto trovare il bandolo della matassa di cui si sta trovando da leggere tutti i giorni. Mi sarebbe preso benissimo sapere che cazzo sta succedendo a tutto questo giro di gente, sapere quali sono i blogger più famosi, quali sono i più antipatici, simpatici, cattivi, geniali, intelligenti –minchia, esistono persino blogger molto famosi che non ascoltano gli Arcade Fire (Beppe Grillo, suppongo). Non ho avuto a che fare con blogbabel finchè non ha chiuso, e quindi non me ne frega un cazzo. Ma mi dispiace un sacco non avere un’opinione in proposito e non sapere manco di che cazzo stanno parlando. Spero che la Suicida mi possa illustrare i termini della questione, comunque. Mi figuro torri che si sgretolano e grossi massi che cadono in testa alla gente schiacciandola come un mucchio di piadine. È per via del nome. Solo che è la blog-babele, quindi invece dei massi giganteschi forse cadono cubi di energon e città invisibili. Ecco, mi fa schifo non avere opinioni su tutta questa pioggia di cubi di energon.
Quando ero un pargolo dicevano che quando pizzica il naso c’è gente che ti pensa. Quando da pargolo son diventato ragazzino ho imparato che la persona che ti pensa è supposta quasi sempre essere una lei (in Romagna la Figa la insegnano al catechismo, la mia idea in proposito è che sia una sorta di guerra culturale preventiva all’omosessualità, mossa in tempi non sospetti da qualcuno che probabilmente aveva previsto la liberazione sessuale interiore in atto di questi tempi).
A diciassette anni ho iniziato a darmi da fare attivamente con l’altro sesso. Prima dei 17 mi davo da fare attivamente sull’altro sesso, era una cosa diversa. A diciassette anni ho anche iniziato a soffrire di rinite allergica.
Quando avevo tre anni si manifestò la prima forma di allergia ai pollini. Piangevo lacrime infinite in prossimità di qualche parco pubblico. Mia madre vide tigli nel parco e stabilì che sono allergico al polline di tiglio. Non ho mai fatto prove allergiche a sostegno della tesi di mia madre (con enorme disappunto di chiunque stia vicino), ma voglio pensare sia semplicemente un grosso equivoco. Non che me ne freghi qualcosa, insomma. non so neanche se i tigli effettivamente producono polline. Il medico che mi visitò disse che l’allergia agli occhi sarebbe passata da sé verso i dodici o tredici anni.
Dai quattro ai diciassette anni l’incubo più grande era quello della congiuntivite. Persone anche molto fastidiose che mi vedevano lacrimare e/o sfoggiare occhi gonfi che manco una triglia e mi chiedevano se avessi la congiuntivite. Educatamente rispondevo di no. Allergia. In diversi casi (persone adulte accomunate dalla sostanziale sgradevolezza della loro dimensione umana) sono stato tacciato d’incuria verso la mia stessa persona. Cioè era impossibile per loro concepire il fatto che NON fosse congiuntivite, “i tuoi genitori dovrebbero curarsi più di te”. In genere l’uscita sull’incuria parentale è prerogativa ex-insegnanti senza figli o zitelli o categorie simili. L’avete notato?
Per inciso, il vecchietto che ti diagnostica il male è una delle figure più scostanti dell’universo. Una volta mi ruppi un braccio, una stronzatina. Ebbi una conversazione con questa tizia sui 65 e mi disse che il braccio non sarebbe mai più guarito completamente e avrebbe portato per sempre il peso della frattura impedendomi di avere una vita normale. “Signora, mi sono scheggiato un osso. il gesso è precauzionale”. “Sì, voi fate presto, per voi non conta nulla”. Il braccio è a posto ovviamente, ma chi ci protegge davvero contro la sfiga? Non si potrebbe organizzare un movimento culturale pro-revisione della 194 al fine di legalizzare certe forme di aborto retroattivo verso chi butta sfighe con una diagnosi? Stavo solo chiedendo.
Aspettai paziente la mutazione del mio organismo. A dodici anni non successe, aspettai i tredici. A tredici anni non successe, ma ero concentrato sull’attendere i 14 per via della possibilità di giocare a videogames in sala giochi e guidare un motorino. A quindici anni non successe, ma il problema più serio era l’acne. Verso i diciassette smisi di lacrimare e iniziai con gli starnuti. Serie di venti/venticinque starnuti allergici da mettere KO un elefante -e io ero ancora gracilino e privo di quel bel fisicone bitorzoluto da trentenne sedentario che s’ingozza di birra e vivande, cioè ero KO tre volte di seguito. Il trattamento all’allergia iniziò in seguito, penso un annetto o due dopo. E poi se il tuo organismo ha voglia di esprimersi perché dovresti tarparlo. Con quale autorità. Mi limitavo a far fuori un pacco di fazzoletti bianchi al giorno. I Kleenex profumati erano schifosi, mi nauseavano. Quando arrivò la moda dei fazzoletti al balsamo mi ritrovai con abrasioni al naso che manco la copertina del primo disco di Andrew WK rende l’idea. Continuai a soffiare il naso e a farmela passare con l’autoipnosi.
Poi la situazione si fece insostenibile, lo charme ne perdeva (verso i venti ho iniziato ad averne, di charme. Prima avevo sbronze, più che altro. Anche dopo, ma erano più charming), il medico riuscì a vedermi una volta e mi prescrisse roba. Ho iniziato con gli antistaminici e non ho mai fatto prove, fino ad oggi. Oggi compreso. Gli antistaminici erano fatali, provocavano crisi di sonnolenza (una cosa a cui sono soggetto già nella vita di tutti i giorni, figurarsi con i farmaci), esigevano un trattamento ortodosso e costante. Era una gran rottura di coglioni, ma mi sono sempre rifiutato di vaccinarmi. Col tempo l’antistaminico è diventato più cool, passato dalla mutua, niente crisi di sonno, ci si può bere dietro, si fanno bei viaggi e si può diminuire le dosi. Funziona, non la sradica ma la fa passare per almeno due terzi. Ci si convive, del resto se sei abituato a riempire i banchi di scuola con i fazzolettini di carta si convive con tutto. Quando ho una crisi i colleghi iniziano a sfottermi bonariamente e si raccolgono nel mio ufficio per contarli, o darmi pacche sulla spalla in segno di comprensione. Si convive con tutto. Avete presente quando uscite dall’ufficio il primo lunedì dopo l’ora legale? Per me è un periodo tetro e nasconde solo l’avvisaglia di quello che passerò. E mi ostino a non fare vaccini. Ho un disturbo della memoria a lungo termine, non penso mai all’allergia quando non è molto vicina o proprio presente. Alle volte dimentico l’antistaminico perché stando bene non penso di averne bisogno.
Però oggi il naso prude. I giorni scorsi prudeva. Ieri ho starnutito due volte. Sono soprappeso, vesto male, bevo birra, faccio rutti e scorregge, sono fidanzato, antipatico, bolso, scarsamente interattivo e privo di fascino in genere: nessuna ragazza mi sta pensando. Anche quest’anno si comincia. Se mi vedi in difficoltà con il naso, tirare su, passarci la mano, cercare disperatamente un fazzoletto in tasca, arrossarsi l’occhio, assentarmi dalla chiacchierata e dirigermi quatto quatto nel cesso più distante dalla conversazione, non dirmi che qualcuno mi sta pensando. Sto per avere una crisi e il tuo cordoglio non mi servirà.
La prima ragazza che me ne parlò non era affatto una ragazza -solo una bambinetta di un anno meno di me, una di quelle troiette capricciose con l’ossessione di saperla più lunga di chiunque altro e la ferrea volontà di rovinare i piani a lungo termine per lo stare bene collettivo -AKA quel genere di bambina con la quale non devi arretrare un passo per via del rischio che possa menarla con i tuoi amici per anni à la “sai, lui manco sapeva cos’è il correttore”. Così, insomma, oggi si parla del correttore. I pro-blogger mettono le parole chiave in grassetto per skippare il lettore medio di questo genere di medium, ma nel caso concreto proveremo ad evitarlo per distinguerci dalle masse e/o non creare problemi ulteriori al nostro ego.
L’ho iniziato a conoscere come correttore, appunto (il grassetto è un parziale ripensamento su. Lei lo usava per i compiti, a litri, e io semplicemente pensai fosse super-cool per un minuto per poi bypassare la scoperta e ricominciare a tirare righe a penna. Era una boccetta minuscola con un pennello attaccato al tappino, la usavi sui fogli di carta scritti a penna creando improbabili mascheroni di super-bianco vagamente riconducibili a qualche influenza tipo Mark Tobey. Quantificando: erano cinque centilitri di vernice bianca venduti a una cosa come tremila lire, il che identificava come coglioni tutti coloro che ne decretarono il successo mondiale -credo la moda sia scoppiata a metà degli anni ottanta, come qualsiasi altro accessorio per idioti; vendevano anche a duemila lire la boccetta che conteneva un apposito “diluente”, vale a dire cinque centilitri di acquaragia. Suppongo si pagasse la praticità della cosa: portare in classe un bidone di tempera bianca da dieci chili per le correzioni, più una latta da litro di acquaragia, sarebbe stato piuttosto unfair.
Poi si è passati di classe. L’ammissione alla scuola media è stata relativamente facile (così fu anche alle superiori, poi persi la voglia di imparar cose). Alle medie il correttore diventò scolorina. Era una questione banalmente geografica, qualcun altro da qualche altro paese vicino decise di chiamarla così -semplicemente. Fu un trauma, ma ci si adattò. Nel corso degli anni, pur facendone un uso quasi inesistente, l’ho chiamato e/o sentito chiamare:
CORRETTORE
SCOLORINA
SCOLORELLA
BIANCHETTO
“IL” BIANCO
MASCHERONE
NASTRO
E forse in qualche altra maniera. La maggior parte delle identificazioni tendevano a nominarlo per l’uso che se ne faceva, cosa che ne attesta le origini in epoca contemporanea (la penna non è identificata da un nome che ne canti l’uso/praticità, ma da una semplice convenzione sociale, anche piuttosto desueta; ciò ha portato ad esempio a identificare lo scrittore come colui che usa la penna, il che non dà l’esatta misura del fenomeno… diciamocelo, è la penna a fare la maggior parte del lavoro di scrittore).
Si è evoluto anche il formato, mica siam barbari. Il pennello, così pratico e indolore ancorché bisognoso di un diluente, è stato sostituito da una scomodissima simil-penna a pressione responsabile di alcuni dei più influenti white paintings dei miei anni delle superiori. E di seguito si è iniziato a pensare a qualche possibilità ready-made per il bianchetto e all’applicazione pratica dell’idea di adesivo e/o pezza legato al medium stesso. Arriviamo all’oggi, in sostanza. Oggi paga la ditta, e per quanto riguarda un campione statistico di un solo individuo (io) l’aumento dell’uso del bianchetto nella società contemporanea è davvero esponenziale. Quella che mi ritrovo nelle mani, ad oggi, è una scatoletta dotata di un nastro ad ingranaggi che in ottemperanza ad una concezione ready-made assolutamente vintage ricorda come fattezze una possibile sezione del cesso di Duchamp, naturalmente decontestualizzata e ridotta a puro piacere estetico. Con essa traccio linee che vanno da 0,5 a 30 centimetri, prendendomi cura delle visioni d’insieme e della sfrenata libertà programmatica che il foglio di carta A4 mi garantisce. Il colpo di genio della casa produttrice, della quale non conosco il nome -coperto da quello dell’azienda per forniture d’ufficio che lo commercializza- è rendere il nastro più opaco e simile al fondo cartaceo. Il che rende l’arte della correzione una questione preminentemente percettiva e perfezionabile con interventi al fax o allo scanner o alla fotocopiatrice. Cambia il nome e lo si chiama correction tape, lo si reinventa in un contesto 2.0 (per quanto lo possa essere il mio lavoro) e si dà fondo all’immaginazione per immaginarne le possibilità. Danijel Zezelj lo usava per disegnare, comunque.
Il che è solo per dire, a parte la natura interlocutoria di ciò che stai finendo di leggere, che il punto è sempre/solo prendere il coraggio a quattro mani e cercare di concentrarti su un possibile significato e un sicuro significante –di natura estetica- mentre stai compilando certificati di qualità cui nessuno, grazie a dio, presterà mai attenzione.

Il venerdì notte è il nuovo sabato notte, con la differenza che le Stragi del Sabato Sera il venerdì diventano soprattutto questioni interiori. Per gli over-28 con un lavoro da ufficio più o meno sedentario e/o titolari di qualche mestiere pretestuoso ed inventato, di scarsa utilità alla fine dell’evoluzione della Specie, il venerdì notte è il non-luogo di sublimazione della settimana mentre la settimana è ancora in corso, un non-luogo in cui la clientela è appena più selezionata rispetto al giorno dopo: la maggior parte della gente il sabato sera esce con la mente libera e le membra in disordine; quasi tutti i nottambuli del venerdì sono loschi individui che progettano di farsi di alcool e droghe mentre ancora si stanno facendo di se stessi. è difficile scindere tra le due parti dell’individuo quando si può iniziare le danze con un aperitivo fuori dall’ufficio senza manco esser passati da casa o si rimane in casa appena il tempo necessario ad una doccia che non lava via né lo scazzo né la tensione. Non puoi semplicemente toglierti gli occhiali e smettere i panni di Clark Kent, e molti non lo accettano: in genere si reinventano perdendo conoscenza. Sono i miei eroi, e io sono uno di loro. La routine del venerdì è rilassante: in ottemperanza ad una serie di dogmi che ho deciso esser tali, il mio venerdì è a cena con i Ragazzi e il resto in fieri, tendenzialmente non ho mai la forza che di trascinarmi a casa in qualche modo e attendere paziente il mal di testa dell’indomani –passare la giornata a purgarmi e tonificarmi dormendo il sabato notte e svegliandomi all’alba della domenica.
Funziona, davvero. È che l’amor proprio a volte soccombe alla devozione a qualche causa, ad esempio la fedeltà a chi ti paga lo stipendio: cioè qualche sabato mattina ti togli dal letto prima che siano le cause naturali a farti alzare –diarrea, emicrania, alitosi, erezione, nausea- e te ne vai al lavoro. Ti trascini al bar che sta di strada, un posto dove fanno un buon cappuccino che frequento da un anno senza che nessuna delle bariste mi abbia mai sentito proferir parole oltre all’ordinazione. E poi in ufficio a digitare cose che assumono senso solo in virtù del contratto che hai firmato.
A un certo punto penso allo stato delle cose, al mio atteggiamento nei confronti del mondo in quel momento specifico. Mi viene in mente la parola ANGOSCIA. È dovuto ad una serie di fattori. Penso se la parola sia adeguata e decido di guardare il De Mauro online per trovare ogni sfaccettatura della parola ed eventuali soluzioni al problema: in fin dei conti è solo un sabato mattina.
Capita, guardando sul De Mauro, che il sito tiene una statistica dei lemmi più consultati. Le prime dieci voci in ordine:
GATTO
VOCABOLARIO
CAZZO
OBBIETTIVO
AGGIOTAGGIO
FIGA
FICA
DOROTEA
IDIOSINCRASIA
PLEONASTICO
Naturalmente essendo io angosciato ho semplicemente bisogno di pensare ad altro. è così che viene da cazzeggiare intorno alla natura dei lemmi di cui sopra e i punti a cui porta in sede conclusiva la loro presenza nella top ten delle parole il cui senso è più bramato.
Ora, la prima non conta. Se andate nell’homepage il motore di ricerca compare con la parola GATTO preimpostata a titolo d’esempio, e probabilmente la maggior parte della gente che consulta un dizionario online non ha alcun motivo di farlo, tipo search for search’s sake e cose del genere. È bizzarro comunque il fatto che tutti (o almeno la moda statistica della popolazione di lettori del De Mauro Paravia) quelli che si mettono a cercare online non abbiano nemmeno un briciolo di curiosità e cerchino GATTO giusto per non doversi sbattere a digitare una parola. Così come è sintomaticamente mcluhaniana la seconda parola in classifica, ed è sicuramente figo che la maggior parte degli italiani cerchino sul vocabolario la parola VOCABOLARIO –che lo cerchi a fare se sai cos’è abbastanza da averlo consultato? Secondo me siamo già in piena patologia.
Non ho nulla da dire su CAZZO e FIGA, suppongo che chi cerca la FIGA sul De Mauro Paravia debba considerare l’idea di andarsela a cercare in altri posti (tipo Pornotube, o il mondo reale). L’aggiotaggio probabilmente è il reato più cool del nostro codice penale, OBBIETTIVO è –cosa? Una parola sbagliata? Un problema di doppie? Un dilemma insolubile? Difficile a dirsi in questa sede.
DOROTEA. Non ne so niente. Non ho idea del perché la si cerchi. Forse è un singolo pazzo innamorato che la cerca ottanta volte al dì, forse Dorotea è il nome di una famosissima pornostar che non conosco. In chiusura due delle mie parole preferite di sempre. Da usarsi con parsimonia e facendo attenzione a non essere ben compresi dal prossimo. Non ho opinioni sull’idiosincrasia, ma PLEONASTICO è super-ok per descrivere ogni cosa che si legga in rete, io ci sto dentr-issimo.
Probabilmente è l’uomo con meno consonanti io abbia mai conosciuto. “La szchtiamo chontattando chome szchtiamo chonchacchando chucchi i chlienchi sche paghano anchora il chanone Chelechom”. L’abbrutimento, la fine del rigore. Tutti hanno almeno sentito dire che lavorare nei call center di una grande compagnia telefonica (ammesso esistano piccole compagnie telefoniche) sia uno dei più umilianti e malpagati e genericamente merdosi mestieri disponibili oggi nello stato italiano, e sono sicuro che per battere un territorio di milioni di persone serva manodopera in quantità –e magari pronta ad uccidere per un posto qualsiasi; ovviamente sarebbe anche il minimo richiedere che la persona che ti offre un contratto fisso tutto compreso a un tot -PIU’ un extra al minuto per ogni telefonata e svariati altri cavilli- parli con te dopo essersi tolto l’apparecchio a baffo che io portavo a tredici anni (ahm, in realtà non ho mai portato un apparecchio a baffo, ma l’età sarebbe stata quella).
Di seguito: se proprio non è questione di apparecchi correttivi MA di difetti permanenti di pronuncia FORSE sarebbe il caso di considerare l’idea di cavillare sulle condizioni di assunzione.
In qualsiasi caso ho sempre adorato il meccanismo psicologico secondo il quale un acquisto diventa assolutamente inderogabile pena la tua rivalutazione al negativo come libero pensatore. Esistono un sacco di modi di vendertela, ma è poco ma sicuro che l’argomento principe per venderti un contratto non-Telecom è il canone Telecom.
Non me ne sto qui a consigliare il miglior profilo tariffario tutto-compreso per voi, sono anzi ben cosciente che a voler cercare soluzioni alternative potrei raggiungere qualche risultato soddisfacente E risparmiare anche quindici euro al mese (che probabilmente mi sputtanerei in qualche disco orribile). Quello che mi prende è lo spauracchio in sé, il miraggio di una vita più serena eliminando la quindicina di euro al mese che ti costa il Canone Telecom. L’uomo senza consonanti mi snocciola tre volte questa sorta di Impegno Concreto su cui focalizzare la mia vita e l’impegno della compagnia da qui alla firma del contratto. Pura filantropia. “Le Richerche di della noschchra chompagnia hanno schtabilito che lei schta anchorha paghando il chanone”, e via di questo passo. Mi sento intrappolato dentro un libro di Bukowski, pondero i discorsi dello sdentato e penso a quanto di questo possa esser parte della sceneggiatura di base dell’azienda in relazione a quanto l’operatore ci metta di suo. Dopo un minuto o due di telefonata inizia a sopraggiungere il dubbio su quando e come sia utile tagliare corto e suggerire all’operatore di cambiare strategia, tariffa o numero a caso di utente Telecom a cui proporre (con mia decisa preferenza sulla terza). L’Operatore però non la smette di snocciolar dati e questioni, è lì lì per convincermi. Sia ben chiaro: a me puoi vendere qualunque cosa. Pagherei la tua semplice performance di venditore in quanto totalmente sprovvisto della capacità e pervaso da complessi d’inferiorità, ed è incredibile la lista di cose inutili che son riusciti a farmi comprare venditori manco provetti. È che l’ansia da call center ha pervaso anche le mie mura domestiche, c’è troppa diffidenza ed è troppo facile incappare in qualcuno che l’ha preso nel culo con un’offerta vantaggiosa, e dalle mie parti questo significa fare muro contro tutto e tutti –qualcuno spesso prende a male parole l’operatore accusandolo dei crimini dell’azienda, io spero solo che questo sia utile a mettere il suo numero in un database di persone ostili da non contattare ulteriormente con offerte del cazzo. Se va avanti di questo passo, però, l’assenza di consonanti (sostituite da versi che sembrano scariche statiche del telefono) della sua offerta finirà per creare un vuoto di pressione intorno al mio io che mi metterà in mutande e mi imporrà di fare tutto ciò che l’operatore mi chiede. Devo tagliare corto. Lo interrompo.
“Sì, scusi, ma non sono interessato a cambiare compagnia o profilo tariffario.”
“Chuinghi LEI NON VUOLE ABOLIGHE IL CHANONE CHELECHOM?”
“No, lo trovo confortante.”
Riattacca con un moto di stizza.

