nell’ultimo periodo se dovessi pensarti come un cibo, ti penseresti come un involtino in stile siciliano, di quelli mini che faceva tua nonna e che poi infilava su un lungo spiedino. pangrattato dentro: briciole tritate finissime di te. intorno, come una fettina di vitella, uno stritolante lavoro. il tutto tenuto insieme da uno spago sottile: tutti quegli inutili esseri che pensavi fossero un collante di te e in realtà sono solo un abbraccio che ti spreme per ottenere un gustoso sughetto.
già, il gustoso sughetto. indigesto.
ad ogni modo in qualche modo sopravvivi. non è che sia proprio di gran gusto vivere così, o meglio non c’è proprio un gran gusto a sopravvivere anzichè vivere. è uno dei tuoi punti programmatici quello del vivere e non sopravvivere. a volte però il tutto è contingente e puoi farci ben poco.
quel che puoi fare è uscire ad un orario non proprio consono dalla miniera, cercare di spostarti più in fretta che puoi col motorino per ridurre il freddo al minimo – ovvero minimo tempo anche se maggiore intensità per la velocità – e cercare riparo fisico, ma soprattutto morale, in qualche voce amica e qualche gesto gentile. e a volte li trovi. li trovi dove li stavi cercando e li trovi inaspettati, dove proprio non avresti mai potuto immaginare. non che sia proprio amicizia, ma ormai hai quasi un buffo modo di stupirti di qualsiasi cosa che sembri gentilezza.
così, insomma, ingurgiti gelatine alla ciliegia e aspiri compulsivamente sigarette mentre parli a raffica con l’amicamicrocelebrity, che lei sì sa dirti se alla fine avevi ragione o no, per poi riuscire a farti fare quello che ti viene meglio: il trendsetter delle cazzate. e finire a ridere. risate vere.
poi tornando pensi che alla fine non mangi da ore e che proprio cucinare è una cosa che quasi non riesci a concepire, quindi passi dal solito giappoaportarvia. la ragazzina del giappo ti guarda e ti offre un bicchier d’acqua. forse effettivamente non sei esattamente un bello spettacolo dopo tre settimane di fila a lavorare e l’ultima con la febbre e dopo queste undici ore che proprio non sono state assolutamente decenti. ti chiede da dove arrivi. mormori ufficio, poi amici. ti incalza con le domande: che lavoro fai? ma quanto lavori? passi sempre così tardi… e l’ultima non era una domanda. ti cominci a chiedere che effetto fai alle persone. tu col tuo vestitino nero, la camiciola bianca, le calze nere lavorate che sembrano quasi a rete ma più belle, gli stivali bassi anni ottanta, il trench, la kefiah grigia, il frangettone, la faccia bianca, gli occhi rossi e cerchiati… e parole che ormai ti escono come un mormorio impastato alle undici e mezza di sera, perchè le hai finite.
dai risposte evasive, aspetti i tuoi maki. ti rendi conto che invece la ragazzina vuol solo essere GENTILE. gentile e basta. e neanche che lo sta facendo perchè è ora di servizio. ti rendi conto che la gentilezza ti rende diffidente. fondamentalmente ti rendi conto che non ottieni gentilezza dalle persone da cui te l’aspetteresti, perciò non riesci neppure a concepire lontanamente che un’emerita sconosciuta abbia voglia di chiedersi perchè la tipa del take-away-sempre-molto-tardi ha quest’aria stanca, e anche di ascoltare le sue risposte.
ad ogni modo, rimani diffidente, poi… i maki sono pronti e… ce ne sono sei in più, di un altro gusto. così. per regalarteli. “bhè se sei stata al lavoro tutte queste ore avrai una gran fame!”, e lei e il cuoco sorridono. sorridi anche tu. ti sei ricordata che ti eri ripromessa di sorridere ad anoressiadabere e che se avessi smesso, avrebbe vinto lei. e sorridi perchè nei sei convinta e ti vien bene, non di rimando.
risali in motorino e vai a casa, tempo netto due minuti e mezzo.
hai il tempo di pensare a illui, che ti ha chiamata ieri, che eri tornata a lavorare a casa alle otto perchè avevi la febbre e lo sapeva e la prima cosa che ti ha detto è stata: “ma non mi hai detto nulla del layout del nuovo sito! come ti sembra? insomma…”. gentilezza.
mangi i maki soddisfatta. ti connetti e non sai se vuoi parlare veramente con chi trovi online. però non ti viene per niente da sorridergli. ci sono volte in cui i sì sono sì, i ni sono sempre no e i no pesano sempre.
una delle domande della ragazzina era “ceni sola?”. e ti sei quasi sentita in dovere di mentire. perchè mai poi? e hai sorriso.

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