vancaze chiuse anche se è piena estate e te ne sei tornata ad anoressiadabere. hai chiuso anche altro, supponi o credi, durante le vacanze. le vacanze in realtà non sono decisamente state aperte, nel senso che a parte una quasi settimana guidando per le strade della sicilia orientale con la fida amicachenonrispondemaialtelefono al fianco, non è che hai aperto un vero capitolo vacanze. poco male. o poco bene. il rientro nella cittàsedutasulsuonobileculone, ha avuto come sempre effetti deflagranti sul tuo star bene, che consistono nell’annichilimento totale e assoluto e nella disaggregazione progressiva di pezzetti di te. quelli sparsi là allora prendono il sopravvento e ti costringono a fronteggiare l’inevitabile impossibilità di avere quello che era un tempo la tua gioia e che, ti illudi, potrebbe esserlo ancora. ti illudi appunto, perchè così non è, come dimostrano i fatti. piuttosto ti ritrovi a dover fronteggiare sottili recriminazioni, decise obiezioni, imputazioni di errori, sussulti dell’orgoglio e stillicidi sentimentali post-mortem. oltre alla consapevolezza dell’impossibilità di riporre la fiducia in un qualsiasi essere umano.

torni dunque, un po’ amareggiata, con molte ore di sonno sulle spalle e ancora il ricordo dell’acqua salata, alla tua postazione di combattimento e alla tua vita poco consona in cui virtuale e reale cominciano a compenetrarsi con una quasi totale continuità.
in questi spazi ti ritrovi a parlare con l’adorabile amicamicrocelebrity e a fare considerazioni. ciniche e nichiliste considerazioni sull’abbandono progressivo della tua umanità e la ferma decisione di abbracciare una tendenza alla soddisfazione immediata priva assolutamente di lungimiranza alcuna, anche a brevissimo termine. insomma, quale altra strada se non l’egoismo?
perciò ti godi esclusivamente con lo strato superiore del cervello, un po’ quel che ti capita senza neppure accennare a un minimo di autoriflessione e/o approfondimento. scellerata. ma i risultati ti sembrano apprezzabili e son buoni momenti a cui non intendi rinunciare – magari con le dita incrociate.

improvvisamente, al racconto di un altro giovane impenitete mietitore di essere umani che si è redento sulla strada della rettitudine emozionale, ti rendi conto che è una questione di “maturità”. non nel senso di crescita consapevole costruttiva, bensì di “essere maturi al punto giusto”, come un caco.
ecco. dei cachi. questo siamo e sono un po’ tutti. la “teoria del caco” si dipana come un mantra dentro la tua testa: è la poltiglia interiore che raggiunge il giusto grado di zuccherosità e molle consistenza, la buccia che si assottiglia, il colore che diviene più corposo, il profumo più intenso, e l’essere umano è pronto.
è l’abbandono, non la scelta. prescinde dagli altri e dal loro valore, prescinde dalle possibilità, prescinde dall’estetica, prescinde dall’etica, prescinde e basta. è una scelta unidirezionale, un nuovo posizionamento dell’ego.
maturi come un caco si vuole una comoda ciotola in cui adagiarsi e un cucchiaino che scavi dentro, per farsi mangiare. non importa quale. una disposizione d’animo che non ha nulla a che vedere con il suicidio sentimentale, l’estroflessione del sè o la forza dei sentimenti. piuttosto un calmo desiderio di accomodarsi.

un caco. non hai ancora deciso se essere un caco o un cucchiaino. probabilmente non sei in grado.
in realtà i cachi non ti sono mai piaciuti.