La mattina della domenica ho preso il coraggio a quattro mani. Dopo quindici minuti di telenovela per trovare la tessera elettorale, faccio una capatina al seggio, lascio fuori il cellulare, ritiro le schede e mi siedo sul cabinotto. Per un secondo penso a quanto erano semplici le elezioni alle elementari: la crisi di governo porta alle elezioni. Le elezioni portano a due giorni di vacanza: la scuola è seggio elettorale. A sette anni son tutti anarchici, a parte i secchioni.
La parola sbiancare esiste. Rimango imbambolato di fronte a quei simboli, sembrano tutti uguali, fanno schifo, il layout è inaccettabile. Due minuti d’orologio prima di esprimere la precedenza. Sei sicuro che sia questa la tua idea di male minore nel contesto delle elezioni politiche dell’aprile 2008? Risposta: no, ma fuori c’è una fila di cittadini che devono segnare la loro preferenza. Sono le nove di mattina. La vita fa schifo. Tappo il naso e faccio quello che va fatto. Due croci (in hoc signo vinces): PD, PD. Penso alla nuova classe politica, ad una spiccata preferenza popolare per: monaci tibetani, tette rifatte, acqua tiepida, villaggi vacanze, personal shopper, Muse, Gerry Scotti, Fiorello, Brunello di Montalcino alla diossina, Wes Anderson, fiorentina media cottura, una segretaria con culo sodissimo e minigonna di vinile nero.
Passo la giornata in preda alla depressione elettorale più profonda che abbia mai avuto. Avrei dovuto cagare dentro la scheda o almeno marcare la casella di SA, o cose così. Non l’ho fatto.
Ad ora aperitivo decido di aver bisogno di alcool. Passo a prendere Matteo (il cui nome non è affatto Matteo) e ci dirigiamo verso casa di Andrea (il cui nome non è affatto Andrea).
“Hai votato?”
“Stamattina. Tu?”
“Poco fa. PD?”
“Sì.”
Silenzio di tomba. Abbiamo fatto la stessa marchetta. Siamo merda. Squillo ad Andrea sotto casa sua. Entrambi, in attesa, scriviamo un SMS. Andrea entra in macchina. Non lo vedo da sei mesi. Discorsino leggero per sciogliersi.
“Sei stato a votare?”
Scurisce in volto. “Sì.”
“Dai. PD?”
“Sì.”
Noi scuri in volto lo siamo già. Un minuto di silenzio. Scoppiamo a ridere come pazzi. Ce ne andiamo a bere. Un posto cazzuto. Tre bottiglie di vino in tre. Suppongo la moderazione faccia la fortuna degli osti.


3 comments
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Aprile 14, 2008 a 8:59 am
enver
ti amo. e non per il voto che hai dato. non dovresti più scrivere di metal a sto punto
Aprile 14, 2008 a 9:43 am
lasuicidasentimentale
ma bisognava lasciare fuori il cellulare? io ne avevo due in borsa… e la borsa! L’enorme borsa!
uhmm…
la questione voto la sai già: temo il mio sms fosse scuro in volto quando ti è arrivato.
2 paia di scarpe. suppongo la moderazione faccia anche la fortuna dei negozianti di scarpe.
Maggio 21, 2008 a 7:33 pm
If you don't know jewelry, know the jeweler.
I know who I am, when I see what I do, suggerisce Alice alla Regina Rossa.
Infondo qualcosa di rosso ce lo siamo bevuti comunque.