Bert dice: (00:02:48)
buonanotte, dunque
Bert dice: (00:02:58)
e stai bene con i tuoi mali di testa
ebbene sì. non è che bert (così oggi si chiama, o almeno nelle ultime ore, e così lo chiamerò) abbia torto. i tuoi “mali di testa”.
perenni direi.
bert ha sempre la giusta misura sulla tua definizione: lo sa che il cotesto del suo “mali” non è male, non è paranoia, piuttosto quel tuo continuo riflettere. bert un giorno ha scritto che avevi le chiavi della sua coscienza e tu non hai dovuto aggiungere che le tue sono in suo pugno dalla prima volta che ti ha sorriso.
un’ora e dieci minuti fa eri sotto la doccia e il cervello modellava, scomponeva, ricomponeva pensieri, uno, dieci, mille, tutti mischiati e tutti contemporaneamente singolarmente delineati.
sei in modalità casiotone for the painfully alone. scivolano tranquilli sull’itunes. non sei triste e non sei neppure felice.
scazzata ti ha definita illui ieri tra le vostre mille conversazioni msn e le telefonate lampo negli spazi chiusi di due lavori concitati, o forse erano anche degli sms.
sotto la doccia pensavi all’ultima cosa scritta su twitter da bert “beirut”, e te lo immaginavi sotto il bombardamento incrociato di qualcuno, magari la mamma o la fantastica fidanzata, invece pensa un po’ avevi equivocato: il riferimento era al gruppo musicale.
pensi troppo. pensi sempre troppo.
la fida amica microcelebrity te l’ha detto l’altro giorno ridendo al telefono (o era l’im di myspace?) che elucubri in continuazione, che il tuo cervello non si può tenere fermo, come te. “a cosa stai pensando dai? a quante altre cose stai pensando mentre stai pensando quello che mi stai dicendo?”. e rideva. e ridevi anche tu. “uh, eh, lo so. lo sai sto già decidendo un mucchio di cose nel mentre. poi le cambierò!”.
e comunque in principio fu la doccia e il sapone spuma di sciampagna. proprio quello, il classico sapone di marsiglia, questa volta in formato docciaschiuma, che ti piace proprio perché sa di bucato pulito.
ora, l’associazione del twit di bert e del sapone hanno cortocircuitato sotto l’acqua che scrosciava e “bum”: pudore.
ecco la parola che ti è schizzate in mente come lo shampoo negli occhi. dove sta il pudore, o meglio come si è evoluto il pudore in tutta questa profusione digitale del sè?
semplicemente il sapone spuma di sciampagna, con quel packaging volutamente “dal sapore antico” ti ha fatto pensare a lavandaie primi del novecento che non mostravano neppure le caviglie. immagini anche di partite di tennis in gonne lunghe e ingombranti. funziona strano il tuo cervello. bianco e nero, cuffiette e capelli a caschetto.
ma il twit di bert si è insinuato e il pudore non era più quello fisico ma quello dell’animo. ti viene naturale pensare che se non mostravi neppure una caviglia, figuriamoci la reticenza nell’esprimere il sé. poi magari finivi sposata a uno che neppure sapeva che non sopporti l’odore di sudore rancido. insomma, l’ovvio.
invece pensi a quanti aggiornamenti del tuo “status” hai fatto oggi su facebook, ai tuoi twit che dicevano tra la segnalazione di un sito interessante e le risposte sprezzanti, più o meno quello che stavi facendo.
più o meno: lasciar intuire anziché dire. sarà per questo che si devono usare solo 140 caratteri?
così ti è venuto in mente alla fine che non è vero che non c’è più il pudore, è un’evoluzione del pudore quella in atto.
l’invasione ed esposizione del privato che rende il privato vero ancora più privato.
tutti alla ricerca di 15 mega di celebrità o semplicemente di confrontare le vite con quelle altrui per avere la consapevolezza che sono tutte interessanti/vissute/sfruttate/piene alla stessa maniera?
approvazione o esibizione?
non ci credi molto a questa favoletta del voler “generare contenuti per condividerli”, “informare” (ma cosa è informazione? l’ultima riflessione sulla situazione politica di un paese effettivamente in declino? il modo in cui sai cucinare le uova strapazzate? il gruppo musicale che ti ha colpito il mese scorso?). non ci credi molto in questa volontà divulgativa per la crescita del sapere collettivo.
secondo te è solo questione di ego.
o forse pensi questo perché è all’ego che riconduci sempre tutto. è con e attraverso il tuo ego che interpreti e vivi la realtà di ogni giorno. è per appagare il tuo ego che twitti, chatti, ti iscrivi ai gruppi, scrivi mail, telefoni, esci, vai a feste, passi notti insonni, trangugi alcool, finisci a baciarti su una parete o dentro il letto di qualcuno, apri un blog e posti il primo post.
illui era all’ennesima riunione di lavoro, te l’ha detto la tipo quarta volta che vi siete sentiti oggi, mentre discorrevi di sessosenzasentimento e sentimentisenzascampo con il collega strafigo e il collega gay, davanti a del martini con le fragole.
l’altra fida amicachenonrispondemaialtelefono ti ha richiamata finalmente: le hai riassunto velocemente ma con qualche dettaglio gustoso, ironico e divertente, gli ultimi tre giorni di abbondanza lavorativa e sentimentale. il commento è stato “ottimo. alleggerisci la pressione sul centro, così ti ci puoi concentrare meglio sopra. concentrazione. concentrazione!”. esortativa. visione strategica. l’amicachenonrispondemaialtelfono è sempre un’ottima stratega e lo sa che il tuo turbinio interiore tende a mancare di concentrazione.
come questo post. alla fine quale era il punto? ah sì. il pudore.
su twitter qualcuno, per lo più quel micro gruppo che sembra avere creato il gotha del “future net” italiano, adesso ha creato una nuova frase idiomatica: i “wiki moments”.
ti sei accorta che l’hai già usata una volta e sono passate meno di 24 ore dalla prima volta che l’hai letta.
il pudore.
probabilmente per stasera sarebbe meglio per te e per il resto del mondo passare dalla masturbazione mentale a quella manuale.
sono quasi le due e il blackberry ha smesso di emettere suoni, non sai se esserne contenta o no.
switching mode.

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